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Amoris Infinitas parte 1
AMORIS INFINITAS
LEGGO DELL'ALTRO : indice.beeplog.it/
Amoris Infinitas COMPLETE! Warning: major spoilers!: The spring after HBP. Harry and his friends are hunting after the last Horcruxes. And there is still that burning desire in Harry to avenge a certain character’s death. What will happen when Snape and Harry meet again? di Persephone Lupin, traduzione di Cuccussétte - dopo il Principe Mezzosangue è del tutto Alternate Universe - angst avventura, per temi cuoi vm 14 precauzionale - http://www.fanfiction.net/s/2511035/1/
CAPITOLO PRIMO : UN ASSASSINO TORNA SEMPRE . . .
"Cosa dovremmo fare adesso, Harry ? Questo era prorprio l'ultimo posto della lista, e comunque, non è qui."
Ci fu un lungo silenzio. Ron e Hermione guardarono speranzosi il fiero giovane uomo con la cicatrice a forma di saetta che fissava il vecchio monastero deserto, ovvio preso dai pensieri. dicerie che Voldemort avesse passato del tempo lì , a cercare tu-non - vuoi- sapere- cosa, e da allora il posto era stato infestato, ma non c'era traccia alcuna dal secondo all'ultimo Horcruxes, lo specchio magico di Rowena Ravenclaw.
Alla fine, Harry abbassò lo sguardo, con la determinazione negli occhi. "Andremo a Hogwarts."
"Ma Harry, cosa mai potremmo volere lì? Sono carta né Hagrid né la McGonagall sanno qualcosa in più di noi sullo specchio, e sono le uniche persone rimaste ora che la scuola è stata chiusa."
"Lo so. Ma voi tutti dovreste sapere - la biblioteca è ancora lì. Non vi siete sempre rivolti ai libri quando eravate senza indizi? La potremo scoprire qualcosa sullo specchio." All'improvviso, il volto di Harry si contorse in una smorfia d'odio. "E a Hogwarts potremmo scoprire qualcosa d'altro. Conoscete il vecchio detto Babbano, < un assassino torna sempre sul luogo del delitto >, vero Hermione?"
"Vuoi - vuoi dire Snape?"
“Già, Snape ...”
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Era più che strano, arrivare a Hogwarts e non vedere un solo studente fuori nei campi o nel castello. Dopo aver fatto una breve visita alla Preside, i tre amici si diressero al capanno di Hagrid.
"Harry!" ruggì felice il Mezzogigante, "La MecGonagall mi ha detto 'e siete tornati, ma un ci potevo credé finché non vi vedevo colli occhi miei!" Con qualcosa a metà tra un singhiozzo e una risata, seppellì Harry in un altro abbraccio stritolante, facendo chiedere all'adolescente se la Profezia fosse stata sbagliata e in verità fosse destinato a morire di costole rotte e mancanza di ossigeno.
"Entra, ragazzuolo mio, e sì, anche te Ron. Hermione. Son contento di vedevvi. siete tornati per fa delli studi qui, mi hanno detto? E state nella mia capanna nel frattempo! Buclb - Voglio dire Witherwings, sara cos' 'ontento di vedevvi qua dopo tutto quel che è successo..."
Sempre riprendendo il fiato dopo l'abbraccio soffocante, Harry entrò nella familiare capanna con i suoi migliori amici e sedette all'immenso tavolo di legno. Nulla era cambiato, così pareva, dopo il funerale di Aragog. Lo stesso Hagrid, appariva il suo solito accogliente sé stesso. Sebbene fosse solo l'effetto della luce baluginante del camino, c'era più grigio nella barba e nei capelli e una strana tristezza che non c'era mai stata prima?
< Siamo cambiati tutti > , pensò Harry e subito si sentì più vecchio della sua età - vecchio e stanco fino all'osso. La pericolosa caccia dopo gli Horcruxes gli aveva tolto più di quanto non fosse disposto ad ammettere, anche con sé stesso, e senza Ron ed Hermione, non sarebbe arrivato così lontano in quella cerca. Era successo così tanto dopo il funerale di Dumbledore, l'estate scorsa; molte persone innocenti erano morte da allora, alcune erano stati compagni studenti a Hogwarts, amici... Cho Chang, Dean Thomas, le gemelle Patil. E Mundungus Fletcher. Tremò al pensiero della morte del vecchio ladro. Perché era stato così sciocco da aprire il chiavistello con la forza? Se solo l'avessero scoperto prima.
Adesso, in retrospettiva, non poteva capire perché mai gli ci fosse occorsa tutta l'estate per scoprire che ill misterioso R.A.B. altri non era che Regulus Alfric Black, il fratello minore di Sirius. Che il medaglione Serpeverde era stato nascosto al 12 di Grimmaud Place in tutti quegli anni, fino a che Sirius non l'aveva gettato nel sacco della spazzatura proprio sotto il suo naso mentre ripuliva la casa - Sirius, che aveva ritenuto il fratello sciocco e codardo... Dopo il suo viaggio terrificante nella caverna con Dumbledore, la scorsa estate, nessuno eccetto lui avrebbe anche solo potuto immaginare quanto dovesse essere stato coraggioso Regolus. Dopo tutto, aveva avuto con sé il più grande stregone di tutti i tempi, mentre Regulus era stato del tutto solo. Ovvio, Kreacher aveva recuperato il ciondolo dal sacco e l'aveva nascosto. Mundungus doveva averlo scoperto mentre di intrufolava nel quartier generale per frugare le cose di Sirius. Niente se non ossa annerite e ceneri fumanti erano rimaste dei due uomini e dell'Horcrux...
Per fortuna, trovare e distruggere la Coppa di Helga Tassorosso era stato abbastanza semplice, appena avevano avuto l'idea di cercare il devastato, da molto tempo deserto orfanotrofio, dove Tom Riddle aveva passato i suoi anni d'infanzia. Ma il quinto Horcrux era duro da rompere come una nocciola. Se Luna Lovegood non si fosse unita a loro alla Tana a Natale e non avesse narrato dell'assassinio della sua bisnonna Aurelia Ravenclaw, non avrebbero mai saputo dello specchio. Chi avrebbe pemsato che 'loony' Luna, tra tante persone, fosse discendente di uno dei quattro Fondatori! Nessuna meraviglia fosse a Corvonero... Ma sapere che cosa fosse esattamente l'Horcrux, non li aveva aiutati assai nello scoprirlo così tanto tempo dopo. E c'era ancora Nagini, e lo stesso Voldemort. E Snape... C'erano stati un paio di avvistamenti del traditore, o almeno così aveva dichiarato il Daily Prophet, comunque era proprio in cima alla lista dei ricercati del Ministero, sebbene né gli Auror né alcun altra persona fosse mai giuinta nemmeno da lontano ad aver notizie di Severus Snape. Era sfuggente quanto il suo padrone, e quasi altrettanto temuto. Nessuna meraviglia, con tutte le dicerie che si stavano spargendo per il paese come Dragon Pox. Snape doveva esser deliziato d'essere ritenuto più infamedi quanto non fosse reputato Sirius Black quando era accusato di strage, pensò agghiacciato Harry. Ma lui, Harry, gli avrebbe sfregato via quella smorfia dalla faccia odiosa, lo avrebbe fatto supplicare pietà in ginocchio, e non gliene avrebbe concessa mai...
“... quel corvo a volte lo fa, pure, dopo che è stato seduto a spiare dalla Torre Astronomica o qualsiasi cosa facesse là sopra. Scende planando, posa sulla tomba per un po', come fosse scolpito nella pietra, e mesto, se un corvo può apparire triste e pentito, come quello fa, credetemi, dà una sola gracchiata e vola via. Strano uccello, quello. Non lascia mai che mi avvicini, in ogno caso. Pare spaventato a morte da Buck - Witherwings, inoltre. Ed ecco quanti fan visita al Preside - la McGonagall, io e il corvo."
Harry aveva a malapena ascoltato il resoconto di Hagrid, essendo occupato nei cupi ragionamenti. solo alla menzione dello strano corvo aveva ascoltato. Perché un semplice corvo si serabbe appollaiato a sbirciare dalla Torre Astronomica? E perché, per Merlino, avrebbe dovuto fare visita alla tomba di Dumbledore? Non aveva senso. A meno che...
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I tre amici erano in piedidavanti alla tomba di Dumbledore quando Harry disse loro del sospetto.
"Davvero pensi che il corvo - ?" chiese Ron, occhi aperti per la sorpresa.

Preso del tutto di sprovvista, il corvo venne preso in pieno petto e venne proietteto in alto in aria dalla potenza della maledizione. Per una frazione di secondo, parve penzolare sull'abisso, poi, ondeggiando e plaanando in preda allo shock e al dolore, cadde lento oltre la merlatura, sparendo nel tramonto.
"Alé, l'hai beccato!" esultò Ron e corse verso il parapetto, ma era già troppo buio per vedere qualsiasi cosa per certa.
"Scendiamo e controlliamo. Non immagino che sarà in forma tale da tentare la fuga, sebbene, con Snape, non si sa mai,2 disse cauto Harry e si voltò verso l'entrata della scala a chiocciola. "A differenza di Dumbledore, lui ha le ali."
A metà strada giù per le scale, incontrarono Hermione che andava verso di loro.
"Non avete fame? La cena è servita nella Stanza Comune. Dobby non sarà tanto contento se la salterete - di nuovo."
"Scordati della cena, Mione. Harry l'ha beccato" Ron faceva tre scalini alla volta per l'estrema eccitazione.
"Preso chi? Snape? Allora era davvero lui? Cosa è successo?" chiese senza fiato Hermione. "Andate dalla Preside, a dirlo a lei?"
"No, vogliamo dare un'occhiata prima, ed essere sicuri che non potrà di nuovo volare via," spiegò Ron, mentre s'affrettava a sorpassare la stupefatta Hermione. "Meglio sbrigarsi."
Un paio di minuti dopo e un paio di centinaia di scalini e corridoi passati, o tre adolescenti corsero attraverso le porte di quercia verso i terreni che imbrunivano. Come girarono attorno alla Torre Astronomica, poterono vedere una massa nera, rannicchiata nell'erba, quasi nello stesso identico punto dove aveva giaciuto Dumbledore meno di un anno prima.
"Tu - Voi pensate che sia morto?" chiese Hermione, d'un tratto spaventata.
Harry non rispose. Mantenne la bacchetta ben allenata fissa sulla figura esanime, e si fece più vicino con cautela; Ron ed Hermione lo seguirono un paio di passi dietro a lui. senza dubbio, quello era un uomo, e non un uccello, e sembrava poter essere sia morto che svenuto.
"Sai, potrebbe essere una finta," avvertì Ron. "Può fare finta di essere morto e poi all'improvviso -" Saltarono quando la figura si mosse e rotolò lenta sulla schiena, con un braccio che copriva il volto. Poterono sentire un flebile e sofferente gemito.
"State indietro, voi due," ordinò Harry e avanzò, bacchetta pronta. Quando fu vicino, si rilassò un poco. Era Snape, esatto: lo poteva dire con facilità dai capelli unti lunghi fin sulle spalle che si spargevano sull'erba come tentacoli neri. Lo strano angolo delle gambe suggeriva che fossero rotte malamente. E non c'era del sange sulla mano? Sebbene Snape fosse vivo, pareva ferito a sufficienza da impedirgli di scappare o attaccare, notò con soddisfazione Harry.
“Snape!” chiamò, scuotendo l'uomo non proprio con delicatezza nel fianco, con la punta di una scarpa da ginnastica. Lo stregone caduto ansimò, e soffocò un grido acuto. Lento, tolse il braccio dalla faccia e sbatté le palpebre verso Harry.
"Potter," sibilò, la faccia insanguinata era una maschera di disprezzo e dolore. Rantolava, e lottava per tenere lo sguardo a fuoco. "Leggi il tuo Karl May bene, vedo. Come è di nuovo successo, < L'assassino torna sempre sulla scena del delitto > ? Anche se sta morendo sulla tomba di quello che ha ucciso - Oh, che similitudini." Le ultime parole erano a malapena più di un sussurro dalle labbra tremanti ed esangui. Di colpo, dispensò le forze rimaste in uno sforzo finale, Snape si portò a mezza stradaper sedere., gli occhi neri e ardenti che si facevano strada in quelli di Harry. "Ora, sei soddisfatto?" buttò lì, e sputò schizzi di sangue che volarono. "Fieto di te stesso? Ora, chi è il codardo? Tu sciocco, codardo sciocco. Tale padre, tale figlio..." Un accesso di tosse scosse il corpo, e grugnì, e si afflosciò di nuovo a terra, il sangue sgorgò dalla bocca. Gli occhi si chiusero.
Harry rimase in piedi immobile, come se fosse scavato nella pietra, la mano sempre puntata al cuore del moribondo. Alle ultime parole di Snape, la mano della bacchetta si torse, e sembrò, se possibile, ancora più cupo di prima. Quanto spesso aveva sentito parole simili dalle labbra piegate in una smorfia di Snape ? Ma stavolta, sarebbe proprio stata l'ultima...
"Harry, non lo possiamo lasciare sdraiato qui a sanguinare fino che muore. E' un assassino, certo, ma è anche un essere umano. Ovvio, deve essere punito, ma è per quello che ci sono tribunali e prigioni. Non sta a noi giudicarlo."
Hermione guardò Harry implorandolo, con gli occhi pieni di lacrime. "Harry, portiamolo alla McGonagall. Ti pregi. Harry?"
Harry parve non farci caso. Infine, si voltò verso l'amica agitata. "Fai quanto devi. Non mi importa se in un modo o nell'altro." Guardò in basso verso la tomba di Dumbledore, il marmo candido brillava in lontananza. Hermione gli diede un'ultima occhiata lacrimosa, poi evocò una barella a mezz'aria e con delicatezza fece levitare la figura esanime del suo ex professore, deponendocela.
"Ron, lo porterò in Infermeria. Tu richiama la McGonagall. Ma fai presto, a malapena respira," disse piano Hermione al ragazzo alto al suo fianco. Ron annuì e si affrettò all'entrata principale, mentre Hermione lo seguiva a passo più lento, con la barella che fluttuava al suo fianco. Harry rimase dietro. Solo.
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“Merlino, Severus!”
Hermione era appena entrata nell'Infermeria quando la Professoressa McGonagall venne affrettandosi, ansimava e si torceva le mani. Dopo aver dato all'ex collega un veloce controllo, ordinò, "Qua, Signorina Granger, questo letto. Stai attenta, penso che si sia rotto il cranio." Poi la McGonagall si voltò, rivolgendosi all'alta testa rossa che restava sulla soglia. "Signor Weasley, portami tanta Pzione Blood Replenishing quanta puoi portare, il grosso stipo è là, credo. Proverò a contattare Madama Pomfrey. Non sono proprio una guaritrice e temo.. " Sospirò, e si affrettò verso il largo camino nell'ufficio della Medistrega.
Mentre Ron risuonava con parecchie bottiglie gradi di un liquido cremisi, Hermione trovò delle garze e delle bede. Una gran chiazza scarlatta si era allargata sui cuscini bianchi sotto alla testa di Snape, e s'ingrandiva ad ogni istante. E gli abiti parevano inzuppati di sangue.
"Aiutami con gli abiti," disse Hermione aRon, che aveva depositato le bottiglie sul comodino. Con un'ondeggiata della bacchetta, fece sbottonare il pesante mantello da viaggio e lo fece sparire da sotto lo stregone morente, raccogliendolo in un mucchio nero a terra. Armeggiarono entrambi con i tanti bottoni del malconcio frack a giacca, scivoloso per il sangue. Sotto, la camicia un tempo bianca era una confusione umida di scarlatti, e mostrava brutti tagli profondi dagli strappi del tessuto, che ancora stillavano grosse quantità di sangue.
“Urgh.” Ron diede un suono strozzato, e divenne verde in faccia. "Penso di aver bisogno del bagno," sbuffò, e core via dalla stanza, mani strette sulla bocca.
Hermione pensò agli abiti rovinati con un altrogesto della bacchetta. Premette la garza sulle ferite del petto dell'uomo, cercò di arrestare l'emorragia, ma con poco successo. Snape diede un lungo gemito, ma non si mosse. Almeno era ancora vivo, pensò. Se solo avesse saputo l'incantesimo che Snape aveva usato per curare Malfoy dopo che Harry aveva lanciato il Sectumsempra sul giovane Mangiamorte del sesto anno. Che ironia, che Snae dovesse morire di una maledizione che aveva inventato quando era ancora uno studente di Hogwarts...
Dopo un paio di minuti che parvero trascinarsi come ore, Madama Pomfrey apparve nella stanza, con alle calcagna la Professoressa McGonagall. "Che macello," mormorò, facendo sua la scena con occhio professionale. poi si voltò verso la Preside e la giovane strega, indaffarata. "Voi due fuori. D'ora in avanti ci penso io. Però non posso promettere niente. Via, via."
Le due streghe lasciarono la corsia in silenzio, Hermione si fermò in bagno per recuperare Ron, cha ancora aveva un 'aria verdognola. Alla fine, sulla strada per l'ufficio della Preside, la McGonagall spezzò il silenzio. "Potresti spiegare per favore quello che è successo? Il resoconto degli eventi del Signor Weasley era piuttosto incoerente, temo." E Hermione spiegò - come Harry fosse convinto che Snape fosse il corvo, come avevano sorvegliato la Torre Astronomica cercandolo, come alla fine, quella sera si fosse mostrato...
"Grazie, Signorina Granger," disse decisa la McGonagall. "Saresti così gentile da dire a Potter di venire immediatamente nel mio ufficio. Cè qualcosa che devo dirgli. E datti una pulita." Diede un'occhiata che diceva tutto agli abiti macchiati di sangue dell'ex alunna. "E fatti fare della cioccolata calda dagli elfi Domestici. Penso che ne avreste bisogno, tutti e tre.
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CAPITOLO TERZO - IL RITRATTO
Harry non seppe mai quanto tempo era stato lì in piedi, a guardare fisso, quando vide qualcosa scintillare nell'ultimo raggio di sole. Qualcosa giaceva ai suoi piedi, dove solo minuti - oppure ore? - prima, Snape aveva insanguinato l'erba. Harry si chinò. Era uno specchio. uno specchio piccolo, quadrato, molto simile a quello che Sirius gli aveva dato tanto tempo prima. Appariva vecchio; era di certo sporco, incrostato di polvere e di qualche sostanza nera e vischiosa. Una profonda crepa correva attraverso il vetro, da un angolo all'altro. Doveva essere caduto dal mantello di Snape... Harry prese lo specchio, attento a non toccare il sangue del traditore, lo avvolse nel fazzoletto e lo impacchettò. Non era proprio affamato, né era propro felice di incontrare la Professoressa McGonagall proprio adesso, così prese a andare verso la capanna di Hagrid, quando sentì qualcuno chiamarlo per nome.
"Harry, aspetta!" ansimò Ron. "La McGonagall vuole vederti. Nel suo ufficio. Immediatamente, ha detto."
"Bene, allora immagino di dover andare," disse lì Harry, sebbene si sentisse un poco apprensivo. Che fare se la McGonagall non avesse approvato le sue azioni? Ma Snape era ricercato, vivo o morto; il suo brutto ceffo era ovunque, sui poster nei negozi, sulle bacheche, sugli alberi dei vicoli, luccicante e unto...
"C'è la cioccolata calda in Sala Comune," Ron cercò di tirar su di morale Harry mentre tornava con lui a piedi verso il castello.
"Grande. Se la McGonagall non mi trasfigura in un puntaspilli, verrò e mi unirò a voi," disse cupo Harry, fermando una volta per tutte i tentativi di conversazione di Ron. Nell'avvolgente silenzio, avanzarono.
"Ci vediamo dopo, Harry," mugugnò Ron e prese le scale che conducevano alla Torre del Grifondoro. Solo, Harry continuò nella sua strada per l'ufficio della Preside
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Senza una parola, la Professoressa McConagall fece un gesto di invito verso un sedile all’opposta parte di un immenso scrittoio dalle zampe dotate di artigli, dove lei sedeva. Fissò Harry oer un bel po’, l’espressione indecifrabile.
“Severus non è un traditore,” disse infine, calma ma decisa.
“No?” chiese tagliente Harry, la voce che colava sarcasmo nel continuare, “Penso che ti stia dimenticando un piccolo dettaglio, Professoressa. Lui ha ucciso Albus Dumbledore, ricordi?”
“Sì, infatti, lo ha fatto, Harry,” convenne la Preside con un sospiro. Comunque, lo ha fatto su richiesta del Professor Dumbledore. Allora non lo sapevo, comunque. Però me lo ha detto il ritratto.”
“Su – su richiesta di Dumbeldore ?” Harry parve instupidito. “Perché mai doveva volere che Snape lo uccidesse? Questo non ha affatto senso!”
“Ha senso, te lo assicuro, un terribile senso. Vorrei aver saputo di quella follia, potevo esser capace di fermarla – no, immagino che nessuno avrebbe potuto impedirlo. Povero Albus, povero Severus.” Sospirò di nuovo, si guardò le mani conserte, che posavano su quello stesso tavolo su cui tanto spesso aveva lavorato il Professor Dumbledore. Dopo un attimo di silenzio, entrambi udirono un sommesso colpo di tosse venire dalla parete. Il ritratto di Albus Dumbledore stava sorridendo verso di loro, gli occhi luccicavano, sebbene ci fosse un dolore celato che Harry non ricordava di avere visto nel Preside da vivo.
“Minerva, per favore puoi continuare? Il ragazzo ha il diritto di sapere.” Voltò lo sguardo luccicante verso Harry. “Suppongo che dovevamo avertelo detto assai prima, Harry, ma hai sempre avuto la tendenza a non obbedire esattamente agli ordini. Poteva mettere in pericolo i nostri sforzi.. e ho promesso a Severus di non dirlo a nessuno finché fossi stato vivo. In ogni caso, dato che non sono vivo…” La voce di Dumbledore sfumò.
“Sì, cosa volevi dirmi, Preside? “ Chiese Harry quando il ritratto non riuscì a proseguire.
“Oh, mi spiace, o scordato – sono diventato un po’ sbadato in questi giorni, temo. Ti mostrerò. Ma prima, la Preside dovrebbe andare avanti con il piuttosto triste racconto. Minerva?” Rivolse lo sguardo brillante sulla nuova Preside.
La McGonagall fece un attimo di pausa per raccogliere i pensieri prima di continuare. “Quasi due anni fa, Severus fece un Voto Non Spezzabile a Narcissa Malfoy di aiutare e proteggere il suo figlio Draco, come già sai, e di finire l’atto nel caso Draco non ne fosse capace, senza avere la più labile idea di cosa dovesse giurare. Era stata una vistosa bugia che Voldemort avesse rivelato i suoi piani non solo a Narcissa e a Bellatrix, ma anche a lui. Pensò che quel trucco potesse indurli a rivelarglieli. Sfortunatamente, non funzionò. Invece, finì per assumersi quel Voto non Spezzabile, incapace di rifiutarsi poiché così avrebbe provato che non era devoto al suo padrone quanto avrebbe dovuto. E Bellatrix e molti altri già sospettavano assai di lui. Voldemort aveva pure piazzato Peter Pettigrew al posto di Severus, non per assisterlo, ma per spiare su di lui, trovare prove dei suoi complotti. Accettare il Voto era la maniera migliore una e per tutte di convincere quanti fossero stati in dubbio sulla sua lealtà. Decise che meritava assumerlo, anche se avesse dovuto spezzarlo alla fine. E sai cosa avrebbe comportato, vero?”
“Sarebbe morto.”
“Sì, sarebbe morto.” Minerva diede un’occhiata a Harry decisa, ma comprensiva. “Ed era pronto a farlo. Ma Albus non era pronto a lasciarlo –“
“Certo che non lo era,” interferì il ritratto. “Ho avuto la mia vita, più di cento cinquanta anni, e il grosso di loro buoni, devo aggiungere. Severus salvò già una volta la mia vita – senza il suo aiuto, sarei morto dopo aver distrutto il primo Horcrux. E temo che la ferita alla mano mi avrebbe causato dolori insopportabili senza le pozioni che Severus aveva distillato per me. No, è stato meglio così…”
“Così lo hai costretto a seguire qualsiasi cosa Draco progettasse, sospettando tutto il tempo che fossi tu che Voldemort stava inseguendo, sebbene Severus non fosse stato capace, nonostante ce l’avesse messa tutta, di indurre Draco a dirgli tutto,” proseguì la McGonagall, lo sguardo deciso stavolta rivolto al ritratto.
“Direi piuttosto che lo ho convinto …”
“Stando a Hagrid, avete avuto una discussione accalorata…”
“Conosci Severus, mia cara Minerva, certe volte può essere estremamente cocciuto e tutt’altro che ragionevole; devi essere decisa con lui. Per qualche strana ragione lui non credette che quanto gli proponevo fosse una buona idea,” disse Dumbledore con un’ammiccata a Harry.
“Così, quando implorasti Snape sulla Torre Astronomica,” interruppe incredulo Harry, “Davvero lo stavi implorando di ucciderti?”
“Abbastanza giusto, figliolo, abbastanza giusto. Stavo morendo comunque, sai, per il terribile veleno che proteggeva il chiavistello. E ovvio, Severus l’aveva capito alla prima occhiata, essendo un vero Maestro nel campo. Credo che sia stato quello a fargli eseguire l’ordine alla fine, sebbene abbia odiato farlo. E, temo, che mi abbia anche odiato perché glielo ho fatto fare…”
Harry divenne un poco più pallido quando comprese le implicazioni. “Così davvero non è un traditore?” sussurrò. “Spia ancora per l’Ordine?”
“Sì, Harry, lo fa,” disse asciutta la McGonagall. “Il corvo lascia sempre un messaggio sulla Torre. Tutte le catture di Mangiamorte conclusesi con successo da parte dell’Ordine sono state possibili a causa di quei messaggi. Non ho mai sospettato che il corvo fosse Severus, comunque. Vedi, non era particolarmente dotato a Trasfigurazione, quando gli insegnavo; non entrò nelle mie lezioni NEWT. E sua madre aveva un corvo come animale domestico, avevo sentito dire…”
“Ho fatto una grande confusione,” borbottò Harry, fissando il suolo. “Se Snape morisse…”
“Il Professor Snape, Harry. E non morirà, te lo assicuro, Madama Pomfrey è una guaritrice assai abile, e Severus è duro,” disse rassicurante il ritratto, poi divenne serio come poche volte. “Harry, comunque tu hai usato una Maledizione Oscura su un essere insospettabile quando un semplice < Stupeficium> sarebbe stato sufficiente, sapendo con esattezza quanto danno avrebbe fatto. Questa è una faccenda più che grave. Pensaci, Harry, e agisci in conseguenza.” Fece una pausa per lasciae che le parole entrassero in profondità, poi proseguì con un tono più paterno, “Spero che tu ora veda quanto sia pericoloso, e quanto sia umano, agire in preda all’odio, Harry. Mai lasciare che la nube dell’odio ottenebri la tua capacità di giudizio.”
Harry inghiottì a vuoto, poi annuì, “Immagino, gli devo le scuse,”disse infine.
“Sì, Harry, devi,” confermò deciso il Preside – ritratto. “E ancora ti devo la ragione per cui mi sono sempre fidato di Severus Snape con la vita – e con la mia morte. Ma non oggi. Hai abbastanza di cui rimuginare di già, credo. Buona notte, Harry.”
“Vado a controllare Severus, Signor Potter.” La McGonagall s’era alzata e ora accompagnò il ragazzo fuori dall’ufficio. “Credo che I tuoi amici attendano nella Sala Comune.”
Harry annuì di nuovo, si lasciò portare giù dalla scala a chiocciola semovente e si diresse alla Torre del Grifondoro, con la mente che turbinava per le notizie. Sì, avrebbe avuto più che abbastanza da rimuginare per un altro giorno…
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CAPITOLO 4.1 - L’ ULTIMO RICORDO
“Come – come sta il Professor Snape?” chiese Hermione alla Preside durante la colazione nel Salone. Era assai inconsueto mangiare in una quasi vuota stanza immensa, ma era meglio che avere Hagrid per cuoco. Il porridge che aveva servito dopo la loro prima notte nella sua cucina era duro come la creta, e il colore era proprio disgustoso.
“Vivrà,” rispose la McGonagall. “Madama Pomfrey lo ha messo in un sonno di guarigione così che la Pozione Blood Replenishing potrà fare effetto a dovere. Non si desterà prima di domani sera.”
I tre amici si scambiarono occhiate di sollievo. Alla fine Harry aveva detto a Ron e Hermione ogni cosa che aveva appreso nell’ufficio della Preside mentre Hagrid era fuori con Fang per una passeggiata notturna. Erano stati silenziosi e sottotono tutta la sera. Ancora una volta, avevano giudicato male Snape, e adesso lo avevano quasi ucciso – cosa sarebbe accaduto, se non avesse superato la notte?
“E – là c’era un altro messaggio, intendo, sui piani dei Mangiamorte?”chiese Ron, incapace di sopprimere la curiosità.
“Sì, c’era. Madama Pomfrey lo ha trovato nelle tasche di Snape insieme alla sua bacchetta. Comunque,” la McGonagall li fissò decisa,”E’ andato perso. Ho cercato di pulirlo, ma ora l’incantesimo decodificatore non vuol funzionare. Dovremo attendere finché Severus non stia abbastanza bene da dirci, e sperare che si sia ancora in tempo per fermare qualsiasi cosa stiano complottando.” Ci fu un deprimente silenzio.
“Il Preside voleva mostrarti qualcosa, credo, Signor Potter,” disse la Professoressa McGonagall quasi per caso, e fece gesto d’invito a Harry di seguirla. Lui si alzò e la seguì nell’ufficio.
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“Buongiorno, Harry,” il ritratto dell’ex preside lo accolse con calore. “Spero che hai riposato bene?” Lento, Harry scosse la testa. “Beh, non c’era da aspettarselo,” proseguì il Preside. “Irti, promisi che ti avrei mostrato qualcosa, se ricordo bene. ‘è una piccola fiala di cristallo nella madia vicina alla finestra – sì, quella. Aprila. Eccola, quella con il liquido argentato. E hai bisogno del Pensieve. È nello stipo a fianco della porta, sai tu dove. Portali entrambi allo scrittoio. Sì. Ora versa il liquido nel Pensieve e mescolalo con la punta della bacchetta. E ora, sentiti libero di entrare bell’ultimo ricordo che ho salvato per te.”
Harry abbassò il viso verso la superficie che turbinava e riluceva. Era diventata trasparente. Come da una finestra tonda nel soffitto, potè individuare un piccolo salotto, che dava la sensazione di una stanza imbottita piccola. Le pareti erano completamente rivestite di libri; il grosso di essi era rilegato in vecchio cuoio marrone o nero. Un divano senza schienale, una vecchia poltrona e un tavolinetto con la fratina stavano radunati insieme in una pozza di fioca luce lanciata da un lampadario riempito di candele che penzolava dal soffitto. Curioso, si chinò facendosi più vicino, il viso sfiorò la superficie argentea. Sentì i piedi lasciare il pavimento dell’ufficio, stava cadendo attraverso la tempestosa oscurità, e poi, abbastanza di colpo, fu in piedi nella stanza. Non era solo. Albus Dumbledore era seduto sul divano accanto ad una figura ammantata. Dirimpetto a lui, nella poltrona, sedeva un giovane Severus Snape, circa di cinque anni più vecchio di come era apparso nel ricordo che Harry aveva visionato nell’ufficio di Snape, durante il quinto anno. Aveva sempre lo stesso aspetto dimesso e pallido, e i capelli erano unti come sempre, ma i lineamenti s’erano induriti; c’erano profondi solchi scavati sul volto per il resto giovane.
“Sei consapevole di quello che ti accadrà se spezzi un Voto Non Spezzabile ?” chiese con voce grave il Professor Dumbledore.
“Sì, lo so,” rispose il giovane Snape.
“E tu sei ancora certo di volerlo?”
Invece di rispondere, Snape si abbassò così da esser inginocchiato dirimpetto al divano, e protese la destra. Lenta, la figura ammantata calò il cappuccio, e mostrò cascate di lucidi capelli rossi. Harry rantolò. La giovane donna che si protendeva per raggiungere la mano protesa di Snape altri non era se non Lily Potter, sua madre. Teneva un fagotto imbottito con fare protettivo stretto a lei col braccio sinistro – un bimbo addormentato, si rese conto ora. Dumbledore si mosse di lato così che restò in piedi su di loro, e posò la punta della bacchetta sulle mani unite.
Parlò Lily. “Vuoi tu, Severus Snape, vegliare su mio figlio mentre Voldemort diviene sempre più potente ?”
La mano di Snape si intrecciò con quella di lei alla menzione del nome dell’ùOscuro Signore, ma lui non si ritrasse.
“Lo voglio,” disse Snape.
Una sottile lingua di fiamma di color brillante uscì dalla bacchetta e scavò la sua via attorno alle loro mani come un nastro rosso ardente.
“E vuoi tu, al meglio delle tue possibilità, proteggerlo dai danni ?”
“Lo voglio,” disse Snape.
Una seconda lingua di fuoco spruzzò dalla bacchetta e si intrecciò con la prima, creando una elaborata carena rilucente. Una terza mano unì il magico anello di fuoco, afferrando le mani sia di Lily che di Severus.
“E sarete sinceri con l’Ordine della Fenice, e farete qualsiasi cosa il suo capo vi chieda ?” disse il padrone della terza mano.
Il volto soddisfatto di Dumbledore brillò rossastro nel lampo di una terza lingua di fuoco, che partì dalla bacchetta, si piegò con le altre e si legò stretta alle loro mani strette, come una corda, come un fiero serpente.
Le immagini divennero sfocate; Harry venne a forza respinto nell’oscurità, turbinò, e poi tornò in piedi sul pavimento dell’ufficio. Rantolò, alla fine rendendosi conto che a malapena aveva tratto un solo respiro mentre era testimone del giuramento. Ecco perché Dumbledore s’era sempre fidato di Snape. Anche se l’avesse voluto, Snape non poteva aver tradito l’Ordine,o sarebbe morto. E le molte volte in cui gli aveva salvato la vita non erano dovute a un Debito di Vita verso James, ma a un Voto Non Spezzabole verso –
“Professor Dumbledore?” Harry si rivolse al ritratto che pareva pisolare. Dumbledore aprì gli occhi e sorrise incoraggiante a Harry.
“Professore, perché mia madre? Perché Snape giurò a mia madre?”
“Severus cercò di rimediare per il danno che fece dicendo a Voldemort della profezia. Non puoi immaginare lui che giurasse a tuo padre, ora potresti?”
Harry scosse la testa. No, non poteva proprio. Ma ancora, in una qualche maniera aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di più nella storia, qualcosa che anche il defunto Dumbledore non voleva dirgli – ma cosa ?
Ancora una volta, aveva un sacco su cui riflettere.
CAPITOLO QUINTO - POZIONI E SPECCHI
Dopo una lunga notte insonne passata al capezzale di un assassino ricercato, a curargli i numerosi ossi fratturati e a ricucirgli squarci grondanti sangue, a prodigarsi per salvare la vita al suddetto assassino, Madama Pomfrey si stava concedendo una lunga e profonda pennichella, quando all’improvviso scattò l’allarme. All’istante scattò sveglia, balzò fuori dal letto in pantofole e vestaglia, afferrò la bacchetta e s’affrettò nella stanza del malato.
“Professor Snape! Cosa pensi di fare?” esclamò la Medistrega alla vista del paziente.
“Non sono più un professore,” grugnì Snape, fissò la Pomfrey con occhi febbricitanti e fece per lasciare il letto. “Dove sono i miei abiti?”
“Non provare a alzarti, Signor Snape. Come minimo hai bisogno di altri tre, quattro giorni di riposo a letto, o avrai delle ricadute.”
“Ho bisogno di distillare. Di nuovo, dove sono i miei abiti?”
“Distillare? Devi star delirando! Lascerai la corsia solo passando sul mio cadavere , Signore !”
“E come, di grazia, puoi essere certa che non ti uccida?” buttò lì amaro Snape.
La Pomfrey impallidì. “Non vorresti…”
“Non sfidarmi, tu. Prendimi i vestiti e poi, sparisci. E no, non distillerò una pozione di distruzione di massa, ma una pozione di cura – per me stesso.”
“Pensi di poterti curare meglio di come posso fare io?” disse offesa Madama Pomfrey. “Sono terribilmente dispiaciuta, ma gli Elfi Domestici stanno pulendo le tue cose e le stanno rammendando; non erano in stato migliore di come eri tu. E le tue stanze sono state chiuse e sigillate dal Ministero.”
“Allora prendi degli Elfi Domestici per schizzar dentro e fuori di nuovo: loro non si preoccupano dei sigilli,” sbuffò impaziente Snape. “Ho bisogno della pozione – adesso!” Esausto per la conversazione accalorata, Snape giacque di nuovo sul letto mentre Madama Pomfrey si affrettava nell’ufficio. Poteva sentire le bende sul torace farsi umide e calde per il sangue fresco che colava, ma non gliene importò. Il dolore al fianco sinistro era assai peggiore; lo aveva destato dal sonno di guarigione assai prima di quanto non si fosse attesa Madama Pomfrey. La ferita annerita che lo aveva causato era adesso a malapena della misura del suo palmo, ma si sarebbe allagata inesorabile e mortale come una piaga. Presto non sarebbe stato più in grado di fare la pozione, comunque; sentiva la febbre salire, una febbre che lo avrebbe consumato se non prendeva la pozione in tempo. E la Pomfrey, che si supponeva fosse una Guaritrice, non s’era ancora accorta affatto di cosa non andasse in lui. Guaritori! Se avesse avuto una bacchetta, avrebbe potuto guarire quei fastidiosi tagli nel giro di istanti. Ma non c’erano bacchette sul comodino. Ovvio, non potevano lasciargli una bacchetta dopo tutto quello che aveva fatto. Sarebbe stata al sicuro dalla Preside, senza dubbio. E lo specchio? Doveva vederla presto, certo, ma non ora. Prima la pozione. Circa due ore di bollitura. Se solo avesse potuto arrivare al sotterraneo. E gli abiti. Aveva bisogno dei vestiti. Perché diavolo la Pomfrey ci metteva così tanto? Il dolore lo faceva impazzire. Due ore, altre due ore di sofferenze…
“Signor Snape?” il sonnolento stregone si destò di colpo. “Ecco, Dobby ti ha portato dei vestiti. Ma prima prendi questi.” Con aria di disapprovazione, Madama Pomfrey porse al suo paziente un’altra bottiglia di Pozione Blood Replenishing e due fiale. Snape non ebbe bisogno di leggere le etichette per riconoscere i liquidi come un abbassatore della febbre e una Pozione Pepperup. Con gran sollievo della Pomfrey, ingollò le pozioni senza protestare, poi si infilò nei vestiti con l’aiuto della Medistrega.
“Ho detto alla Signorina Granger di venire nell’aula di Pozioni. Ti assisteremo,” disse la Pomfrey decisa. Snape arricciò le labbra come per dare qualche scortese commento, ma ci ripensò. Avrebbe avuto bisogno di tutte le sue energie per il compito prefissato, non per futili litigi. E, anche se non gli piaceva troppo, poteva davvero aver bisogno di aiuto.
“Prenderemo la Floo, non vorrai collassarti a metà strada per le scale,” disse cocciuta la Medistrega e sorresse il non troppo stabile ex professore, portandolo fuori dalla stanza e nel suo ufficio.
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Hermione attendeva già nell’Aula di Pozioni quando Madama Pomfrey arrancò fuori del camino, sorreggendo un estremamente pallido Snape. Come la vide, Snape si raddrizzò nella sua consueta compostezza imponente, ma lei poté capire che l’uomo era tutt’altro che guarito e sarebbe dovuto stare, senza dubbio alcuno, costretto a letto. La sua curiosità venne stuzzicata. Cosa era la misteriosa pozione che Snape desiderava così ardentemente ?
Due ore dopo, Snape pareva un cadavere ambulante. Dopo aver aggiunto una sola goccia di certo liquido chiaro da una piccola fialetta che Dobby aveva recuperato delle sue scorte private e aveva mescolato tre volte in senso antiorario fino a che la pozione non ebbe assunto il finale colore ambrato, la Medistrega lo spinse con forza su una sedia, e lui lasciò solo che accadesse, chiuse gli occhi e sedette, con le mani che tremavano per lo sfinimento.
“Quanta te ne occorre?” chiese gentile la Pomfrey.
“Il piccolo calice d’argento. Nell’angolo. Il restante deve essere imbottigliato prima che inizi a raffreddare,” rispose intontito, senza nemmeno aprire gli occhi quando il calice venne appoggiato alle labbra. Inghiottì il liquido dal sapore amaro, e cadde addormentato.
“Signorina Granger, per favore, trasfigureresti la sedia in un divano? Vado a prendere delle coperte e bende fresche.”
Hermione annuì e fece ondeggiare la bacchetta. Ora, al posto della sedia, c’era un divano rosa dall’aria confortevole. Con cautela, fece levitare lo stregone addormentato su di esso, sorridendo tra sé al pensiero di quanto avrebbe apprezzato il colore squillante del nuovo letto. No, non essere crudele, si rimproverò e, con un altro gesto della bacchetta, lo trasformò verde scuro. Poi prese a raccogliere a pulire gli utensili della distillazione che erano sparsi su tutti i tavoli. Era stata una pozione assai complicata, e Snape l’aveva distillata da capo a fine a memoria, mai col minimo dubbio di cosa dovesse fare dopo. Sebbene fosse abbastanza brava a Pozioni, si rese conto che non avrebbe mai potuto raggiungere quel livello di perfezione, non importa quanto duramente lavorasse. Non bastava seguire le istruzioni con attenzione, per l’essere maestro occorreva avere creatività ed intuizione per migliorarle, come aveva fatto il Principe…
“Ah, grazie, Signorina Granger,” disse la Medistrega appena tornò, con una pila di coperte e bende tra le braccia. Posò il carico su una sedia accanto al divano, e prese a spogliare l’esanime Maestro delle Pozioni.
Mentre Hermione faceva rumore con coltelli d’argento e calderoni, di tanto in tanto occhieggiava il divano. I tagli procurati dal Sectumsempra erano ancora di un colore rosso arrabbiato e in alcuni punti si erano riaperti, ma era ovvio che guarivano. Comunque, quando la Pomfrey si mosse per sostituire le bende attorno alla testa di Snape, poté accennare a vedere un’altra ferita nel fianco dello stregone che la fece rantolare; era annerita e scavata come se la carne gli fosse stata bruciata via…
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“Era quel marchio bruciato, quello per cui era la pozione,” spiegò Hermione agli amici una mezz’ora dopo mentre sedevano sulle rive del lago a guardare il sole tramontare. “Ma, Harry, hai detto di aver usato solo lo Sectumsempra, non è possibile che abbia causato una simile ferita,vero?”
“Non so davvero. Immagino avrei da chiedere Snape. Però non ebbe bisogno di pozione alcuna per guarire Draco.”
“E davvero sembrava come la mano di Dumbledore, nera e scavata?” chiese Ron, e fece una faccia come se dovesse mangiare escrementi.
Hermione annuì.
“La mano di Dumbledore…” mormorò Harry. “Snape non può avere…” Frugò nelle tasche. Con tutto quello che era successo, s’era del tutto scordato dello specchio. Aveva pensato che fosse un qualche segreto mezzo di comunicazione, come lo specchio di Sirius; non poteva certo essere… Tolse la carta al piccolo incarto. Era lì, macchiato di sangue e di sporco, e rotto.
“Cosa te ne fai?” chiese Ron, che parve non meno che schifato alla vista.
Senza rispondere, Harry puntò la bacchetta all’oggetto proteso. “Scourgify!”
Sulla superficie apparvero bolle di sapone rosa. Dopo aver strofinato via le bolle col fazzoletto, lo specchio aveva un aspetto migliore. Alla fine, dopo l’applicazione di parecchi incantesimi di pulizia, la superficie argentata dello specchio emerse da sotto i grumi e lo sporco. C’erano incisioni complicate, ghirlande di minuscoli fiori intervallate ad antiche rune. E sull’impugnatura c’era un’aquila ad ali spiegate.
“Harry, questo non è quello che penso?” balbettò Hermione, stupefatta.
“Deve esserlo. Lo specchio di Romena Ravenclaw,” quasi sussurrò Harry. “Lo ho trovato nell’erba là dove era caduto Snape – deve essere caduto sullo specchio e deve averlo rotto.”
“E la fuga di magia oscura ha causato la ferita, la stessa della mano di Dumbledore,” concluse solenne Hermione. “La pozione che ha distillato deve essere stata identica a quella con cui ha trattato Dumbledore.”
“Ma perché diavolo Snape voleva uno specchio ?” chiese Ron, incredulo. “Non pare proprio per nulla che ne abbia mai usato uno.”
“Magari lo custodiva?”
“No, Harry,” Hermione scosse la testa. “Snape non sarebbe stato così stupido da portare con sé un simile oggetto prezioso, soprattutto se non doveva custodirlo per Voldemort. Scommetterey che voleva darlo alla Professoressa McGonagall per farlo distruggere.”
“Bene, ora è distrutto.” Harry avvolse il fazzoletto ottorno allo specchio, di nuovo, e lo rimise in tasca, “Cinque Horcruxes andati, uno ancora da levare.”
CAPITOLO SESTO - SCUSE E GOCCE DI SANGUE
Quando Severus Snape si svegliò due ore dopo, si trovò su un divano nell’Aula di Pozioni. Il dolore al fianco era ancora considerevole, ma sopportabile in confronto con la furente sofferenza che gli aveva causato prima. La pozione pareva funzionate. Si sentiva ancora stordito e debole e febbricitante, ma c’erano cose che doveva fare, non aveva tempo per ciondolare e giocare al malato. Prima di tutto, doveva vedere la McGonagall e poi quel pivello di Potter. E poi tornare dal suo padrone. Avrebbe dovuto rigirargli un racconto credibile, pure…
Lento, sedette. Madama Pomfrey russava piano in una vicina poltrona. La camicia e il mantello posavano su un tavolo vicino al divano, in mezzo a due bottigliette riempite col liquido ambrato, e il calice d’argento. Si versò un altro calice di pozione e lo inghiottì in un sorso, tolse le bende attorno alla testa e si vestì, attento a non fare un rumore. Mise in tasca le bottiglie e si defilò dall’aula, per una volta tanto chiuse senza far rumore la porta dietro di sé.
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La strada verso l’ufficio della Preside fu lunga e faticosa, ma alla fine Snape rimase in piedi davanti alla gargoyle, ansimava ed era zuppo di sudore. Cacca, non conosceva la parola d’ordine, né aveva la sua bacchetta per mandare il suo Patronus. Messo a perdere, si appoggiò al muro, pensando frenetico alle parole che la McGonagall poteva usare come parola d’ordine.
Il rumore di piedi sulle scale lo fece ritrarre ancora di più tra le ombre della parete. Chi poteva voler venire a vedere la Preside così tardi alla sera?
Altri non era che Harry Potter che saliva per le scale. Harry raggiunse la Gargoyle e disse la parola, quando all’improvviso un’ombra si mosse dietro lui. In una frazione di secondo, estrasse la bacchetta.
“Potter!” ruggì Snape, “Non hai fatto abbastanza danni di già con quella bacchetta?”
“P-Professor Snape. Io non sapevo…” balbettò Harry, e nascose la bacchetta dietro la schiena, la faccia divenne di un profondo cremisi.
“Sali sulla scala, non ho tutto il giorno.”
Harry inciampò in avanti attraverso il passaggio nella parete e andò sulla scala a chiocciola di pietra semovente, seguito da vicino da Snape.
Prima che Harry avesse toccato il pomello di ottone della porta che conduceva all’ufficio, si voltò attorno.
“Professor Snape,” disse prendendo il coraggio a due mani, “Devo chiedere perdono. Non sapevo che l’avessi fatto su ordine del Professor Dumbledore, che fossi ancora fedele all’ –“
“Finiscila, Potter,” sbatté fuori Snape, “Né io sono il tuo Professore, né ho voglia di ascoltare i tuoi vaneggiamenti. Hai già bussato? Ho affari di cui parlare alla Preside – con te.”
Harry non ci pensò su due volte; sbatté il batacchio e si affrettò nella stanza più veloce che poté all’ “Entrate” della McGonagall.
“Harry. Severus.” La Preside, che era seduta all’immenso scrittoio falle zampe con gli artigli che era stato di Dumbledore, fece gesto d’invito verso due sedie dirimpetto a lei. “Sedete. Sono felice di vederti in piedi e quasi ristabilito, Severus.”
Snape ignorò la sedia davanti a lui. “Hai ricevuto il mio messaggio, Minerva?” chiese brusco.
“Sì, ma disgraziatamente era rovinato. Spero che tu possa illuminarmi su quello che diceva?”
La McGonagall lanciò uno sguardo a Harry.
“Potter può restare, in quanto riguarda pure lui,” disse Snape con una smorfia. “Presto ci sarà un grande attacco. L’Oscuro Signore sta radunando le forze. Intende spezzare qualsiasi resistenza una volta per tutte. Così, aspettatevi che l’Ordine sia il suo bersaglio prefissato per l’assalto.”
“Quando?” chiese la McGonagall, impallidita in modo evidente.
“Non lo so ancora. Manderò il mio Patronus. Potrebbe essere a breve scadenza. Meglio essere pronti.”
La McGonagall annuì.
“La mia bacchetta?”
La Preside tirò un cassetto dello scrittoio e porse la bacchetta lunga e slanciata fatta di legno di betulla al suo proprietario.
“Mi spiace così tanto, Severus.. “ iniziò lei, ma venne interrotta subito.
“Non farlo,” sibilò Snape. “Dove è lo specchio?”
“Lo specchio? Non c’era specchio.”
Sollevò un sopracciglio, Snape, e lasciò che lo sguardo vagasse dalla McGonagall a Harry. “Niente specchio? Che cosa strana…”
“Signore – lo ho trovato nell’erba, sotto la Torre Astronomica,” disse Harry, che non osava guardare Snape negli occhi. “Volevo proprio dirlo alla Professoressa McGonagall. Veramente, è per questo che ero venuto qui.”
Passò un piccolo incarto alla Preside. La McGonagall lanciò un’occhiata perplessa al suo ex collega e, appena lui diede un cenno quasi impercettibile, lo aprì. Ansimò.
“Lo specchio di Ravenclaw!” esclamò.
“Pensavo che si sarebbe rotto,” disse Snape, e fissò lo specchio truce. “Meglio se lo distruggi, Minerva; ma stai attenta, potrebbe esserci rimasta della magia oscura dentro.”
“Non pensi di essere un poco paranoico, Severus? Romena Ravenclaw non usò mai Magia Oscura. Sarebbe una vergogna, distruggerlo!”
“Fai come ti dico, Minerva, per il tuo stesso bene. E ora devo parlare con Potter – da solo.”
Snape fece gesto verso la porta dell’ufficio. Non del tutto compiaciuta di venir gettata fuori dal suo ufficio da uno stregone assai più giovane, la McGonagall fece per protestare, ma venne interrotta da un acuto sguardo scuro del detto stregone. Voltò i tacchi e andò via.
“Potter. Lo sai che cosa è?” chiese Snape, e indicò lo specchio rotto.
“Sì, Signorre,” disse Harry, alzando la faccia e guardando per la prima volta quella di Snape. “Ma come lo sai? E dove lo hai trovato? Lo abbiamo cercato da –“
“Dovrebbe bastare che so – tutto,” rispose Snape con alterigia. “Il < dove> non è affare tuo. Mi prenderò cura anche di Nasini,” sbuffò alla faccia stupefatta di Harry. “Ti ho detto che sapevo tutto, no ? Allora sta all’ ”, arricciò le labbra, mettendo un certo accento sulle ultime parole, “Avverare la Profezia”.
“E come – Come si suppone che faccia ?” Harry si alzò, esplodendo all’improvviso di una rabbia imbottigliata da troppo tempo. “Puoi dirmelo? Tutto quel discorso enigmatico di Dumbledore sull’ e su quanto sia potente, ma non ha mai detto come potevo usarlo !”
“Siediti, Potter, ricomponiti!” Sbottò gelido Snape. Si voltò dal giovane agitato che stava in piedi a mezzo metro da lui, e gli scoccava sguardi come pugnalate con feroci occhi verdi. Pigro, sedette sulla sedia del Preside, tamburellando le lunghe dita pallide. Alla fine, proseguì. “Davvero, posso dirtelo, Potter. Hai sempre il mio vecchio libro di Pozioni, vero?”
“Sì – oh, no, volevo dire – “ balbettò Harry, preso del tutto di sorpresa dalla domanda.
“Pensaci bene, Potter, lo hai ancora ?” abbaiò Snape.
“E’ nella stanza dei Requisiti, lo nascosi lì quando –“ borbottò Harry.
“Quando?”
“Lo sai, quando!” gridò Harry, la rabbia svelta ribolliva in lui. “Quando hai cercato i miei libri nel bagno dei ragazzi !”
“Puoi non esserne consapevole, così come non lo ero io in quel momento, che Dumbledore stesso s’era assicurato che tu avessi quel libro E lo ha fatto per una ragione.” Fece una breve pausa per dir la sua ragione. “E prima che tu lo chieda, confiscò il libro. Un certo Prefetto si fece scappare che era lì l’origine della maledizione che lo stesso Prefetto aveva goduto nell’usare così tanto in tempi recenti.”
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SECONDA PARTE
La faccia poco sana di Snape si incupì. Ovvio, Dumbledore non ne era stato divertito.
“Dovrai recuperarlo,” continuò freddo il ragazzo. “Stanotte, Potter. Non hai molto tempo per prepararti. Capitolo dei Distillati Manipolativi. Proprio l’ultima ricetta, capito?” Harry annuì senza far parola. “Segui le mie istruzioni con precisione. E poi – “ Si chinò a recuperare calamaio e carta dal più alto dei cassetti, “Fai esattamente quello che ti scriverò proprio qua.” Per un bel po’ ci fu solo il suono della penna che grattava sulla carta. Alla fine Snape si protese e porse a Harry il rotolo.
“Qui – dopo la tua esibizione di successo dello scorso anno, dovresti essere capace di farcela.”
Harry guardò la lista degli ingredienti in cima alla pagina strappata. Gli occhi si sgranarono.
“Cosa? Io ho bisogno – come è possibile venire in possesso di tre gocce del sangue di Voldemort?” chiese incredulo.
“Pensa, Potter,” arricciò il naso Snape, ovviamente soddisfatto della reazione di Harry. “Cosa ha usato Wormtail nella pozione per far rivivere l’Oscuro Signore ?”
“Usò –“Harry chiuse gli occhi all’orribile ricordo. Usò il mio sangue…” sussurrò, la consapevolezza calò su di lui. Era per quello, per un attimo passeggero, che Harry pensò di vedere un bagliore di qualcosa simile al trionfo negli occhi di Dumbledore quando gli disse del suo ruolo in quello che Voldemort aveva chiamato la sua ‘ festa di rinascita’. Il Preside allora lo sapeva di già.
“Così semplicemente uso delle gocce del mio sangue?”
“Tre gocce, Potter, non di più né di meno,” biascicò Snape. “Altre domande?”
“No, Signore.”
“Puoi parlare al Signor Weasley e alla Signorina Granger della pozione. Ma a nessun altro.”
Snape diede a Harry un’altra occhiata penetrante. “E si suppone che la debba bollire tu stesso. Da solo. O non funzionerà. Sono stato chiaro ?”
“Sì Signore.” Harry strinse il foglio al petto e s’alzò. “Posso andare adesso?”
Snape annuì brevemente e si alzò lui stesso. Ondeggiò, e si afferrò al bordo del tavolo per raddrizzarsi.
“Professore, stai bene?” chiese Harry, con genuina preoccupazione nella voce.
“Quanto spesso devo dirti di non chiamarmi così ? Non sono il tuo Professore!” Snape lo disse tra i denti digrignati e si raddrizzò, mandando a Harry un’ultima occhiata piena di disprezzo. In un turbinio di abiti neri, svolazzò via dall’ufficio.
CAPITOLO SETTIMO - LIBRI DI POZIONI E FOGLI
Snape passò nel corridoio poco illuminato. La discesa sulla piattaforma che si muoveva non lo aveva aiutato col suo stordimento. Aveva dovuto fermarsi per un momento, afferrarsi alla Gargoyle che sorvegliava l’entrata all’ufficio della Preside. Attraverso il debole ronzare delle orecchie, poté sentire voci avvicinarsi. Voci femminili.
“Non è scappato, Poppy, è nel mio ufficio – col Signor Potter.”
“Sei matta Professoressa? Hai lasciato quell’assassino solo col ragazzo? E se –“
“Severus non farà mai male al Signor Potter in nessun modo, fidati di me.”
“Nessuno avrebbe creduto che avrebbe ucciso il Preside, pure…”
“Puoi controllare il signor Potter se vuoi, Madama Pomfrey,” disse una dolce voce di uomo che sibilava e veniva da dietro la Gargoyle. “Ma ti assicuro, è vivo come al solito.” Snape uscì fuori da dietro la statua e venne in vista delle due streghe. “Minerva, una parola.”
Attesero fino che la parete non si fu chiusa dietro la scontenta Medistrega.
“Ho bisogno che scovi informazioni sul Quibbler, è una cosa tra me e alcuni membri dell’Ordine nella Foresta Proibita. Tre o quattro basteranno.”
“Uno non basterebbe a farti niente, ovvio…”
“Lo sai che non basterebbe,” sbuffò Snape. “Uno da solo non avrebbe il fantasma d’una possibilità, non in combattimento aperto. Per quanto ricordi, e al contrario di,” le labbra si arricciarono in un unico movimento, “un certo <Eletto >, i membri dell’Ordine non tendono a nascondersi dietro Mantelli dell’Invisibilità.”
“Severus, Harry non potrebbe saper –“
“Scoverai quell’informazione ?” la interruppe secco Snape.
La McGonagall annuì.
“Allora addio,” disse di colpo Snape, si girò sui tacchi e di buon passo s’allontanò nel corridoio, col mantello nero che gli sventolava dietro.
“Addio, Severus,” mormorò la Preside, e guardò il suo collega dileguarsi nelle ombre. “E tieniti di conto.”
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Il mattino dopo vide Harry, Ron e Hermione seduti attorno al tavolo di legno nella capanna di Hagrid , la copia del Principe Mezzosangue di “Pozoni Avanzate” davanti a loro. Hagrid si dava da fare in giardino e mugolava un motivo che avrebbe dovuto far crescere più veloci le sue zucche giganti. Era stato abbastanza facile, per il trio, recuperare il libro di Snape presto, quel mattino, tra tutta la roba ammassata e la spazzatura ficcata nella Camera dei Requisiti, dato che Harry aveva ben marcato il posto dove nascondeva.
“Amortentia,” lesse a voce alta Ron, e gli occhi gli divennero tondi. “E’ una pozione d’amore,” esclamò, “Quella che Slughorn ci mostrò nella sua prima lezione con lui !”
“Sei certo che ha detto proprio l’ultima ricetta?” chiese scettica Hermione.
Harry annuì pensieroso. Amortentia, la più potente pozione d’amore del mondo.
In qualche modo, aveva senso. Ma non doveva mica fatto innamorare di sé in modo ossessivo Voldemort, vero?
“Non ci posso credere ! Snape che mesce pozioni d’amore!” Ripeté più volte Ron, battendosi le gambe per l’eccitazione. Poi lo colpì un inquietante pensiero. “Urgh, spero proprio che non lo abbia mai usato su nessuno…”
“Ma il libro fa menzione del ricevente? Visto che dice che il Sectumsempra è per i nemici…” chiese curiosa Hermione. Ron si chinò sul libro, ed esaminò le annotazioni minute del Principe.
“Ecco! Dice, per <C.E.>. Poteva essere quella la disgraziata ragazza che Snape corteggiava da adolescente?” fece spallucce Ron.
Harry fissò le lettere, scrutandole. Quella non era una <C>; dopo l’anno precedente, conosceva la grafia del Principe… No, non poteva essere, l’aveva chiamata < sporca Mezzosangue > . comunque, avrebbe spiegato assai… la scena dell’ultimo dei ricordi di Dumbledore emerse davanti agli occhi della mente, Snape che stringeva la mano di una bella strega dai capelli rossi, e assumeva il Voto Non Spezzabile – echi delle parole di Dumbledore < Non hai idea del rimorso che provò il Professor Snape quando si rese conto di come Voldemort avesse interpretato la Profezia… ‘sono sicuro. Mi fido completamente di Severus Snape’ – ‘ Credo sia il più grande rimpianto della sua vita…’ E ora tutto aveva un senso; Snape era stato innamorato di L.E.: Lily Evans, sua madre. E aveva avuto intenzionedi distillare per lei la pozione Amortentia. La mente di Harry si rifiutò di proseguire. Era un pensiero atroce. Snape e la Mamma. Ma non poteva averle dato la pozione. Lei aveva sposato James, dopo tutto; amava James. James era suo padre; gli assomigliava così tanto. Non c’era possibilità alcuna che sua madre avesse corrisposto Snape O c’era? La mente di Harry prese a girare…
“Harry? Sei sempre con noi?” chiese Hermione, preoccupata.
“Penso – di aver bisogno di aria fresca,” mormorò Harry e tramando si alzò.
“Già, facciamo una pausa, Hagrid non ha detto qualcosa a riguardo di –“
“Nessuna pausa, Ron,” ammonì Hermione. “Non ha detto Snape che l’attacco sarebbe stato presto? Anche con le scorciatoie del Principe ci vorranno quattro giorni per distillare l’Amortentia, e poi, ci sono istruzioni aggiuntive che ancora non abbiamo guardato. E’ meglio che ci prepariamo.” Al veder la faccia di Ron farsi cupa, aggiunse con un sorriso, “Ma penso che potremo continuare fuori, sta uscendo il sole.”
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Due ore dopo, il trio stava ancora leggendo le Pozioni Avanzate e il foglio di Snape sulla riva del lago.
“Sai cosa penso, Harry?” chiese Hermione mentre studiava il foglio con le istruzioni di Snape. “ Questo pare funzionare troppo come per creare un Horcrux. Solo che non divide la tua anima, ma il tuo amore…”
“Giusto, è quello che avevo pensato,” convenne Harry, strofinandosi la cicatrice soprappensiero, “E quello, a differenza dell’anima, dividere il tuo amore non lo diminuisce, ma lo rafforza.”
“Giusto.! Hermione gli ammiccò, ovvio era compiaciuta del ragionamento. “E invece di lanciarlo su un oggetto, lo infondi nella Pozione Amortentia.”
“Ma perché questa pozione d’amore; non puoi infonderlo in qualcosa d’altro, come, per dire, succo di zucca?” disse speranzoso Ron. “Questo ci risparmierebbe un sacco di lavoro.”
“No, Ron. Il succo di zucca lo rovinerebbe, dovresti saperlo,” prese a fargli lezione Hermione. “La sostanza in cui lo infondi deve avere una certa somiglianza nella sua struttura magica, e quindi una pozione d’amore sarebbe il ricettore ideale, il migliore, il più potente. E’ abbastanza logico, e allo stesso tempo così ingegnoso. Snape sa davvero quello di cui parla.”
“Adesso stai iniziando a sbavare sul tizio untuoso,” mormorò Ron. “Che fu lui pure a avvertire e avvertire che quel libro poteva essere pericoloso, ricordi?”
“Non ho mai detto che mi piaceva, ma devi ammettere che è più che brillante in Pozioni.,” scattò Hermione. “E se aiuterà Harry a distruggere Voldemort, tanto meglio.”
“C’è anche un altro problema,” disse cupo Harry, indicando l’ultimo paragrafo delle istruzioni. “Qualcuno dovrà morire per me – di nuovo.”
CAPITOLO OTTAVO - ROSA E ARGENTO
C’era infatti, in inchiostro nero sulla carta gialla, con le piccole lettere di Snape, impossibile da spiegare altrimenti. L’incantesimo che era necessario per attivare l’alterata Pozione Amortentia poteva essere effettuato con successo solo se qualcuno dava la propria vita per Harry.
“Sapere che devono esserci degli intoppi nella faccende, è proprio cosa da Snape,” mormorò Ron, fissando il foglio.
“Già,2 convenne Ron. “Ma non lo lascerò fare. Ci dimenticheremo dell’intera cosa. Non c’è modo che io permetta che qualcuno di nuovo sacrifichi sé stesso. Fine della storia.” Iniziò a stracciare il foglio.
“Harry, aspetta!” disse allarmata Hermione. “Non farlo. Pensa. Siamo in Guerra. Molta gente muore. E se c’è un grosso attacco all’Ordine, molta gente sarà destinata a morire. Non abbiamo modo possibile di sapere cosa accadrà, ma non sarebbe il caso di avere la pozione pronta, in caso?” E dopo un attimo di riflessione, aggiunse, dopo tutto; Dumbledore voleva che tu avessi il libro di Snape. Deve avere saputo della pozione e di come agiva; potrebbe avere anche sviluppato lui quell’incantesimo, e non Snape.”
“Dumbledore avrebbe dovuto sapere che non sarei mai stato d’accordo con tutto questo,” disse cocciuto Harry.
“Sì,” disse Hermione, con un sorriso che giocava all’angolo della bocca. “Ed ecco perché era felice che tu avessi me.”
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La Pozione Amortentia era estremamente difficile da distillare, anche con le annotazioni del Principe. Nessuna meraviglia se non era usata comunemente. Senza il suo ‘allenamento speciale’ in Pozioni, Harry non sarebbe mai stato in grado di pensare d’essere capace di farla esatta. Ma adesso, era abbastanza fiducioso e quasi eccitato alla prospettiva di provare un estratto così avanzato. Dopo che alla fine si era convinto a prepararla, lui ed Hermoone erano andati avanti con la ricetta per scoprire come venisse fatta meglio, e ovunque c’erano inganni e intoppi. Insieme avevano cercato nei ripostigli delle pozioni per recuperare le attrezzature e gli ingredienti necessari. Tutte le sostanze più rare e preziose erano ancora conservate nelle stanze private di Snape, ora ripostigli sigillati dal Ministero, ma con l’aiuto di Dobby, non era stato un gran problema ottenere ogni cosa di cui avevano bisogno.
Il primo giorno, Harry aveva preparato la soluzione di base da bacche di Belladonna essiccate e tritate, estratto di petali viola, e ali di pixie polverizzate, spruzzate con un cucchiaio da minestra di cioccolata nera fondente, una delle aggiunte geniali del Principe. Il giorno seguente, dopo ventiquattro ore di ribollire, vennero altri ingredienti: capelli di Veela, diversi cucchiai da minestra di purea di cuore di drago, pezzi di uova congelate di Ashwinder, e una varietà di fiori ed erbe essiccate. L’andamento della temperatura prefissato era stato assai complesso, con una sequenza di accorti riscaldamenti, successivi raffreddamenti e nuovi riscaldamenti, ma alla fine, la Pozione era del perfetto colore idi un cielo nitido d’estate, esattamente come descritta nella ricetta. Il terzo giorno, attenzioni speciali erano state richieste, dato che gli ingredienti che aveva dovuto aggiungere erano altamente volatili. In ogni caso, grazie agli indizi del Principe, aveva padroneggiato il compito senza un solo incidente.
Ora, come il quarto giorno di distillazione era vicino alla conclusione, era ansioso di aggiungere gli ultimi tocchi alla Pozione, e attento mescolava nella mistura della polvere di corno di unicorno e madreperla polverizzata. Solo altri due giri.. ancora uno.. adesso lento aggiunse tre ciuffi di capelli - girò tre volte in senso antiorario… attese tredici secondi spaccati, e poi… soffiò sulla superficie piano… con un sospiro di sollievo, Harry vide la pozione divenire di un ipnotico rosa con distinti toni madreperla. Fumo color pastello prese ad alzarsi dal calderone in tipiche spirali, con un’incantevole fragranza, che allo stesso tempo gli ricordava la torta della nonna, il profumo del legno del manico di scopa e un certo fiore del giardino degli Weasley, e gli solleticò il naso. Respirava lento e profondo, e una grande letizia calò su di lui. Sghignazzò tra sé, Slughorn sarebbe stato in estasi dagli apprezzamenti. Con la manica della tunica, si strofinò la fronte umida, attento a non rovinare la pozione con una goccia di sudore lasciata cadere per non curanza, e, mormorando un casuale motivo, iniziò il noioso compito di pulire le piattaforme di lavoro e rigovernare gli attrezzi. La pozione doveva raffreddarsi e sedimentarsi per almeno altre ventiquattro ore prima di poter procedere col passo finale, le istruzioni sul foglio.
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Esattamente ventiquattro ore dopo, Harry fu in piedi davanti al calderone di nuovo, desideroso di iniziare. Se qualcuno avesse predetto che avrebbe passato giorni ed ore nel laboratorio delle pozioni e che gli sarebbe piaciuto, si sarebbe rotolato sul pavimento ridendo a tutto spiano.in ogni caso, era vero. S’era divertito. Così tanto che a stento era stato capace di attendere che la pozione si sedimentasse. Era ancora di colore rosa e pareva letteralmente trasudare magia.
Harry riattizzò il fuoco sotto al calderone e poi fece sobbollire appena la pozione. Poi si chinò sul calderone e si concentrò quanto più poté.
Immagini gli apparvero davanti gli occhi della mente. Mamma e babbo nella foto animata di Hagrid, che ridevano e lo salutavano. Mamma e babbo nello secchio di Erised, gli occhi lucidi che traboccavano amore. Lento, quasi in trance, sollevò la bacchetta alla tempia e estrasse una sottile scia argentata che si allungò tra l’attaccatura dei capelli e la punta della bacchetta come una ragnatela che luccicasse per la rugiada mattutina.
Con accortezza, la lasciò cadere nel calderone con la Amortentia che ribolliva, mescolò sette volte in senso orario, e si concentrò di nuovo. Hermione si chinò su un grosso tomo in biblioteca, Ron esultò e rise sulla scopa dopo la apartita contro i Serpeverde. Sirius lo strinse in un abbraccio da orso, con gli occhi pieni di arguzia. Albus Dumbledore gli ammiccò, con gli occhi blu cristallo che luccicavano. E Ginny. Ginny, i capelli rossi che sobbalzavano nel sole come orgogliosi nastri di rame. La sua faccia lentigginosa. La curva della morbida bocca aperta per metà, le braccia amorevoli attorno al so corpo… per la settima volta, la bacchetta si alzò fino all atempia come se fosse animata di propria volontà… Sette ricordi delle sette persone che amava… le ultime sette mescolate… Intricati disegni d’argento si formarono sulla superficie rosa, facendo spirali e sparendo mentre la pozione assumeva il colore dell’opale. Era quasi fatta.
Harry si protese verso il piccolo coltello d’argento che attendeva sul tavolo da lavoro. Un rapido taglio sull’indice destro, e tre gocce di sangue caddero nel calderone. La pozione prese a scoppiettare e pozze scarlatte affiorarono sulla superficie. Si gonfiò, emettendo fumi pastello delicato, e debole aroma di violetta. Trattenendo il respiro, -Harry issò il calderone. <Fa che funzioni, ti prego fa che funzioni,” ripeté più volte la sua testa, come un mantra. Dopo sette minuti esatti, la pozione si sedimentò. Era del colore intenso del vino rosso. Hharry chiuse gli occhi per il sollievo, e cacciò un accorato sospiro. Ce l’aveva fatta. La Pozione Amortentia alterata era pronta, e aveva un’aria perfetta.
CAPITOLO NONO - IL MATRIMONIO
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Quando, due soli giorni dopo che Harry aveva finito la pozione, il Patronus di Snape arrivò a Hogwarts, non portò molta sorpresa sapere che Voldemort stava progettando il suo grosso attacco per il sabato venturo, il giorno del matrimonio.
Harry era sempre stato così indaffarato a distillare e a far pratica di come estrarre un ricordo (ovvio, era stata Hermione che aveva trovato il libro che dava istruzioni dettagliate della procedura ) e si era quasi dimenticato dell’evento prossimo. Ancora una volta, erano stati tutti invitati alla Tana dove si sarebbe tenuta la cerimonia di unione tra Ninphadora Tonks e Remus Lupin. Molly aveva amichevolmente proposto quella sistemazione, dato che né Remus né la Tonks potevano permettersi di affittare un posto che potesse ospitare tutta quella gente. Oltre ai genitori della Tonks e di Remus, e a diversi amici, l’intero Ordine della Fenice era atteso. Era l’occasione ideale per Voldemort per spazzare via le basi della resistenza in un colpo solo.
Fu più che sorprendente lo stesso Patronus. Ron lo individuò attraverso le finestre della capanna di Hagrid, volava lesto sui campi della scuola, scuoteva e scrollava la sua lunga criniera argentata. Era un unicorno bianco perlaceo.
“Un unicorno! Puoi crederci! E’ come – come –“ disse Ron, ancora incredulo per il pomeriggio seguente. “Non so. Ma è del tutto impossibile.”
“Cosa ti aspettavi, un gigantesco pipistrello vampiro? O un basilisco?” lo rimbrottò Hermione. “Le cose spesso non sono quelle ovvie.”Si rivolse a Harry. “La McGonagall ti ha detto cosa farà l’Ordine? Si sono radunati, no?”
Harry annuì solenne. “Andranno avanti con le nozze, come di programma.”
“E non fanno niente?” chiese Hermione, assai scioccata dalla maniera casuale con cui l’Ordine gestiva la situazione. “Non vogliono posporlo, o al limite tenerlo da qualche altra parte, o –“
“Non c’è modo in cui i Mangiamorte possano entrare nella proprietà,” disse con la più grande convinzione Ron mentre si cacciava in bocca le ultime invenzioni di Fred e George – cracker a forma di drago, così caldi, che potevi respirare fuoco dal naso. I gemelli gli avevano cortesemente mandato un pacchetto in prova. “La Tana non può essere fatta oggetto di complotto. E Hai bisogno di un W –“ spiegazioni ulteriori vennero tagliate corte quando Ron ansimò per respirare. Gli occhi quasi balzarono fuori dalla testa. Quando infine riuscì di nuovo a respirare, , piccole vampe di fiamma e fumo gli uscirono dalle narici. Harry si piegò in due dalle risate, all’espressione perplessa di Ron.
< Ragazzi >, pensò Hermione, roteando gli occhi.
“Wow, quello era – quello era stupefacente !” esclamò Ron, dopo aver ripreso il fiato. “In ogni caso,” disse facendosi di nuovo serio, “Hai bisogno di un Weastley per entrare.”
“Certo, Ron, stiamo parlando di Voldemort, lui –“ disse ansiosa Hermione.
“Il Ministero ha promesso un’Unità Speciale di Auror,” disse Harry asciugandosi le ultime lacrime delle risate dagli occhi. “Loro pensano che sia una grande opportunità per catturare o uccidere un sacco di Mangiamorte,”Harry fece una breve pausa, e l’espressione si fece cupa. “Conoscete Scrimgeour, lui se ne frega che è un matrimonio.”
“E cosa ne pensi tu, Harry?” chiese incerta Hermione.
“La pozione è pronta. Immagino che sia il momento di procedere,” rispose, cercando di apparire più fiducioso di quanto non si sentisse. Cosa li avrebbe aspettati al matrimonio? Molto probabilmente, avrebbe dovuto affrontare di nuovo Voldemort, e stavolta doveva andare per ucciderlo – o per morire provandoci.
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Il Sabato pomeriggio on, Hermionem Harry e la Professoressa McGonagall stavano attendendo che Hagrid si unisse loro davanti al castello. Erano cinque alle due, e all’ora scoccata, la Passaporta che Arthur aveva sistemato per loro si sarebbe attivata.
“’ Rivo,’rivo,” ansimò il mezzo gigante mentre arrancava sull’erba nel suo abito della festa ( un completo orrendo, marrone e peloso e una vissuta cravatta gialla e arancione ) con Buckbeack alle calcagna. “Ecco che si va, Buck – Witherwings,” tubò all’Ippogrifo mentre correva, “Nun farà male, basta lo agguantoal collo e lo tocco e lo tengo a me con l’arta mano –“
“Hagrid!” la voce indignata della McGonagall interruppe i vaneggiamenti del guardiacaccia. “Non vorrai portare quello - quella bestia al matrimonio, vero?”
“Ma Professore,” il Mezzo Gigante la guardò con occhi imploranti. “Sarebbe tutto solo se ce ne andiamo, povero piccolo. Lo prometto, non darà fastidio. Lo legherò a qualche albero o – “
“A me non importa se rimane solo,” disse decisa la McGonagall. “Dopo tutto, è un animale selvatico, quindi –“
“Toccate tutti la Passaporta,” interruppe Hermione, con un occhio sull’orologio. “Tre… Due… uno…”
Avvenne all’istante. Fu come se un uncino sotto ai loro ombelichi venisse spinto avanti. I piedi lasciarono il terreno e tutti accelerarono im un vortice di vento ululante e colori turbinanti; le dita erano strette al ciocco muschioso come se li stesse attraendo per forza magnetica e poi –
I loro piedi sbatterono sul terreno. Con uno strillo di panico, Buckbeak atterrò addosso a tutti quanti, facendo cadere l’uno addosso all’altro quei pochi che erano riusciti a stare in piedi.
“Benvenuti alla Tana ,” chiocciarono all’unisono due voci familiari, appena Harry alzò lo sguardo dal groviglio, sputacchiando piume. “Volete una tartina alla crema di canarino ?”
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Dalle tre in punto, tutti erano arrivati e affollavano il giardino degli Weasley. In un cerchio aperto, tavoli e panchine erano state disposte sull’erba tagliata di fresco, e il buffet fluttuava con i prodotti della cucina di Molly Weasley pronti per essere assaltati dagli ospiti affamati. In mezzo al cerchio c’era una panca bassa coperta di raso bordeaux.
Arthur Weasley nei suoi abiti migliori avanzò a buon passo verso la panca.
“Oggi siamo qui riuniti per unire due giovani nel sacro vincolo del Matrimonio,” iniziò il signor Weasley. “Ninphadora Hortense Tonks e Remus John Lupin, per favore fatevi avanti,” fece segno agli sposini perché entrassero nel circolo e si inginocchiassero sulla panca.
Harry fissò i capelli quasi fosforescenti della Tonks. Il brillante brillio verdognolo gli ricordò con disagio il catino di marmo colmo di pozione, dove era stato celato il falso Horcrux. Quel giorno era finito con la morte di Albus Dumbledore per mano di Severus Snape. Una sensazione di gelo risalì la spina dorsale di Harry. Come sarebbe finito, quel giorno? Ci sarebbero stati altri spargimenti di sangue e morti? Harry cercò di concentrarsi sul signor Weasley che biascicava i doveri del matrimonio, di come una coppia doveva proteggersi e difendersi a vicenda, nei periodi belli e in quelli brutti, di come dovessero condividere le ore felici e quelle tristi, gli impegni e i dolori come le gioie, ma quei pensieri stavano scivolando via. Quando sarebbero arrivati i Mangiamorte? E come sarebbero giunti alla Tana? Quanto sarebbero state potenti le loro forze? L’Ordine era rimasto d’accordo che, in caso d’attacco, tutti si dovevano radunare nel cerchio di panche e respingere gli assaltatori. Il Signor Weasley avrebbe fatto comparire gli Auror, che si sarebbero disposti in un altro anello di difesa per circondare i Mangiamorte. Se andava secondo il piano, nessuno sarebbe scampato, degli stregoni Oscuri. Ma avrebbe funzionato? E se i Mangiamorte portavano i Dissennatori?tutti i membri dell’Ordine potevano produrre Patronus, e così poteva fare Hermione, Harry e Ron, ma sarebbe bastato per respingere un intero gregge di mostri risucchia anima? E che sarebbe accaduto se Voldemort fosse stato con loro fin dall’inizio? O si sarebbe mostrato solo se fallivano i suoi Mangiamorte, come nella battaglia del Ministero della Magia?
Una pioggia di scintille dorate e forti < hurrà > lo destò dai cupi pensieri. Remus e la Tonks erano in piedi mano nella mano e si baciavano. La cerimonia era finita.
“E ora, che la festa abbia inizio!” gridò eccitato il Signor Weastley sulle teste delle persone radunate e alzò il bicchiere. !A Remus e Ninphadora Lupin!”
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Il sole tramontò sulla Tana in un magnifico spettacolo di rosso e arancione. Candele e lanterne cinesi si illuminarono per magia e bagnarono il giardino che diveniva scuro con i loro toni multicolori e dolci. Fred e Gorge stavano distribuendo centinaia di mortaretti dalla loro nuova collezione, e presto l’aria fu piena di baluginanti e frizzanti punti do luce colorata. Prendendo di cuore lo slogan del giorno di Fred e Gorge ( Non lasciamo nulla ai Mangiamorte ), gli ospiti si stavano servendo con le famose torte di Molly, ed i suoi stufati, facendo finta che fosse un matrimonio qualsiasi. Comunque, al passare della serata, sguardi sempre più ansiosi venivano scambiati, e la tensione calò sulla festa. Anche Fred e Gorge stavano divenendo silenziosi e avevan smesso di provare i loro nuovi ritrovati sugli ignari ospiti. I Mangiamorte avrebbero colpito dopo il tramonto , aveva detto il Patronus – non doveva mancarci molto…
“Avete visto Percy?” Harry sentì dire a Molly Weasley rivolta al marito da una vicina panca.
“Se ne è schizzato al Ministero per prendere il certificato di matrimonio di Remus e Ninphadora, scritto e firmato,” rispose il Signor Weasley. “Infatti è possibile che già oggi lo abbiano. Sarà qui a minuti.”
“Sono così felice che le cose si sono appianate tra Percy e noi altri, Arthur,” sospirò Molly. “Ha anche riso quando i gemelli gli hanno cosparso la bevanda con quella nuova polvere che ti fa diventare un ciuco e fare hi – ho…”
Harry smise di ascoltare, i pensieri correvano. Era di nuovo quello che aveva detto Ron < hai bisogno di un Weasley per entrare >. E Percy se ne era andato al Ministero… Percy di certo non poteva essere un Mangiamorte, vero? Ma se fosse stato catturato dai Mangiamorte ed usato come chiave per entrare nella Tana? O poteva essere sotto Maledizione Imperius… Prima che Harry potesse confessare ad alcuno i suoi sospetti, si udirono deboli tutto attorno al giardino.
I Mangiamorte erano arrivati.
Tutto di un tratto, la notte venne riempita da grida e lamenti ed altri . Maledizioni volarono. Alto su di loro apparve il teschio verde luminescente dalla lingua di serpente, nel cielo notturno, fluttuava sul giardino e la casa con la sua luce spettrale. Una immensa mano agguantò Harry per le spalle e lo trascinò nel cerchio. Hagrid era in piedi vicino a lui, sollevava l’ombrello rosa verso le ombre in movimento che si chiudevano verso di loro.
Harry cercò nella tasca la piccola fiala di vetro. Era stata incantata perché fosse infrangibile, ed era ancora là. Estrasse la bacchetta. Mirò a una figura scura ingombrante che lanciava maledizioni da dietro un cespuglio, e gridò, < Stupeficium !>
La sagoma cadde a terra. Harry saltò da parte quando una maledizione giunse volando verso di lui. Si gettò da aprte, schizzò verso il cespuglio, schivando maledizioni mentre correva. Gregory Goyle giaceva nell’erba, steso braccia e gambe divaricate, incapace di muoversi, la bacchetta a diversi metri da lui. Harry la raccolse e si guardò attorno nella semi oscurità verdognola. Se Goyle era lì, Crebbe non poteva essere lontano…
Qualcosa lo colpì dietro alla schiena, e inciampò, sentendo un rivolo di sangue caldo scorrergli lungo la spina dorsale. Imprecò tra i denti, e si girò ruotando su sé stesso.
“Guarda chi c’è qui – Harry Potter, < il Prescelto >,” lo stuzzicò una voce familiare da oltre le ombre. Appoggiato pigramente contro un albero di melo, c’era Snape, teneva in una mano la maschera bianca da Mangiamorte, la bacchetta nell’altra. “Pronto per un altro duello, Potter?”
CAPITOLO DECIMO – L ‘ ULTIMO DUELLO
Prima che Harry potesse aprire bocca per rispondere, Snape gli aveva già lanciato la prima maledizione, veloce come il vento. Un dolore straziante si insinuò nella guancia. Harry strofinò via il sangue, e si inondò di rabbia e confusione. A che gioco giocava Snape? Era supposto che fosse dalla sua parte, no? Perché lo attaccava, quel maledetto bastardo? Un’altra maledizione giunse turbinando verso di lui, ma stavolta era pronto. Schivò la maledizione, e nello stesso istante gridò, “Expelliarmus!”
“Ancora non hai imparato, Potter, vero? Non ti ho insegnato magie non verbali per quasi un anno? Prova ancora!” sbuffò Snape, con la bacchetta sempre in mano.
Con tutta al sua forza, Harry pensò < Leviscorpus >, ma Snape di nuovo parò, e si mosse pi+ a fondo tra le ombre delle aiole.
“Meglio, Potter, meglio. Ma non abbastanza per me,” chiocciò e poi lanciò una maledizione Pungente che sfiorò dolorosa l’orecchio di Harry. Gettando ogni precauzione al vento nella sua crescente furia, Harry rincorse Snape, che scomparve tra gli alberi, lanciando malia dopo malia alle sue spalle.
“Non te la caverai, maledetto –“ Un’altra maledizione colpì Harry al ginocchio, e inciampò. Strinse i pugni per la rabbia ed il dolore, si rimise a fatica in piedi e continuò il selvaggio inseguimento attraverso le aiole e sulla collina, verso la foresta, dimentico che la battaglia stava infuriando nella casa e nel giardino degli Weasley.
Al limitare della foresta Snape si voltò. Metà della faccia era illuminata dal flebile bagliore del Marchio Oscuro. L’estremo disprezzo pareva incollato a quei lineamenti aguzzi, quasi da maschera, e fece tremare Harry fin nelle ossa. Un dolore straziante si diffuse dalla sua cicatrice, e la mente divenne vuota mentre Snape gli si avvicinava.
“Ecco che ti ho preso, Potter…” sibilò il Mangiamorte, poi gridò, “Expelliarmus!”. Harry cercò di schivare la maledizione, ma fu troppo lento. Venne sbalzato all’indietro, la bacchetta gli volò dalla mano dritta nell’aria. “Senza una bacchetta…” continuò Snape. Indicò il ragazzo sdraiato nell’erba, e sottili corde simili a serpenti schizzarono fuori dalla punta della bacchetta, e si arricciolarono attorno alle gambe e alle braccia di Harry. “… Legato e tutto solo… con me ,” si inchinò con cortesia sfottente, poi fece gesto verso gli alberi, sbuffando, “.. e l’Oscuro Signore!”
Il cuore di Harry si gelò. Una figura, alta e sottile e avvolta in abiti neri emerse dalla foresta, con gli occhi rossi che brillavano nell’oscurità. E attraverso l’erba strisciava il suo serpente gigante, Nasini.
“Benvenuto alla tua festa di morte,” risuonò la voce vuota e cupa nelle orecchie di Harry, “- Harry Potter. E’ tempo di adempiere la Profezia, non sei d’accordo?” Si rivolse verso Snape, che era inginocchiato sull’erba non distante da Harry. “Ben fatto, Seveus, il più fedele dei miei.Mi vuoi portare la bacchetta del ragazzo?”
Snape si alzò e avanzò fino al punto in cui la bacchetta di Harry giaceva nell’erba. <Se gli sguardi potessero uccidere, saresti morto, traditore >, pensò Harry, lanciando coltelli al Mangiaorte quando lo superò. Aveva dato fiducia a Snape in quegli ultimi giorni, si era fidato di lui per la prima volta in sette anni. Snape gli aveva dato la ricetta per la Pozione Amortentia, li aveva allertati dell’attacco – con tanto di Patronus fatto a unicorno ! Aveva promesso di uccidere Nasini, no? Ma qella era lì, viva e vegeta. E lui, Harry, giaceva a terra, senza bacchetta, indifeso, consegnato nelle braccia di Voldemort dallo stesso stregone: Snape, che aveva giurato a sua madre che avrebbe protetto Harry. E ora stava per morire in una delle maniere più atroci, grazie al maledetto traditore.
Ma non sarebbe morto anche Snape, per aver infranto il suo Voto? <Sei morto, traditore,> pensò Harry, e una strana soddisfazione perversa lo riempì a quel pensiero. Era quasi sul punto di aprire bocca e gridar quelle parole all’ex insegnante, che lo sorpassava avviandosi verso Voldemort, quando sentì un debole sussurrare.
“Abbi pronta la pozione subito appena quando ti lascio dai legacci, Potter.”
Harry sentì un piccolo sobbalzo nella tasca, e fu completamente confuso. Era ancora lì, la fiala con la Pozione Amortentia alterata. In ogni modo, ancora non era stata attivata. Come diavolo Snape poteva aspettarsi che lui lanciasse l’incantesimo ? Era impossibile. Non c’era nessun altro, solo lui, Voldemort e – Snape. Gli occhi di Harry si sbarrarono. Snape non intendeva –
Fissò la sagoma scura muoversi verso Voldemort, stringeva la bacchetta di Harry nella mano sinistra come fosse un trofeo. A un metro dal suo destino, Snape si inginocchiò di nuovo.
“La bacchetta di Harry Potter, mio Signore,” annunciò, poi fluido si alzò. “Beh, non credo,” aggiunse quasi per caso, e, con una scossa del polso, gettò la bacchetta indietro verso Harry, e nello stesso istante puntò la bacchetta propria alla testa sollevata del serpente.
“Avadra Kedavra” disse quasi con pigrizia, e Nasini cadde a terra in una violenta esplosione di luce verde, morta.
Sia Snape che Voldemort vennero gettati indietro dall’esplosione della maledizione, ma lesti si misero in piedi.
“Snape, maledetto idiota, cosa hai fatto?” ruggì Voldemort. La sua faccia era contorta da rabbia folle e incredulità.
“Ho ucciso il tuo ultimo Horcrux, mio Signore,” disse Snape con voce pericolosamente bassa. “Sì, proprio il tuo ultimo. L’Anello è andato, e così il Lucchetto di Serpeverde, la Tazza di Tassorosso, tanto per dirne un paio.”
“Bugiardo! Stai mentendo! I miei Horcruxes sono salvi!” strillò Voldemort, la voce incrinata dall’eccitazione – e dall’incertezza?
“Ho rotto personalmente il tuo Specchio,£ continuò ilare Snape. “Bella era così gasata dall’essere quella che preferivi per la sua custodia, difficilmente si privava di un’opportunità per ribadirlo.”
Fece insieme una smorfia.”Al momento, lei è la fiera protettrice di una replica aftta da amni esperte. Mai ha nemmeno notato che sono stato ia a sostituirglielo.”Snape fece una pausa ad effetto, gli occhi neri che penetravano in quelli di Voldemort. “E ora, mio Signore,” abbassò la voce a un pericoloso sussurro, “Sei mortale come ciascuno di nooi. E ti ucciderò. Expelliarmus !”
La bacchetta di Voldemort schizzò alta in cielo. L’autodefinitosi Oscuro Signore diede un verso sibilante, giro e scomparve. Nel batter di un ciglio, riapparve nel punto ove era ricadita la bacchetta. Snape era già lì ad affrontarlo, la bacchetta alzata alta. “Sectusempra!”
Di nuovo, Voldemort girò e sparì. “Tu? Uccidermi?” La voce inumana si levò alle sue spalle, e Snape giro su se stesso. “Volevi la gloria tuta per te, vero? Lo stregone che uccise Dumbledore e l’ Oscro Signore? Penso di no. Crucio!”
Snepe schivò la maledizione. Colpì uno degli alberi, mandando scintilla di luce verde pallida nel cielo. Nello stesso istante, decise frecce scoccarono dalla bacchetta di Snape verso Voldemort, ma l’Oscuro Signore era scomparso di nuovo.
“Bel tentativo,” venne la voce acuta da dietro un masso. “Ho sempre saputo che avevi potenziale, Snape. Che peccato che tu getti tutto al vento. Avadra Kedavra !”
Snape se ne era andato da quel punto anche prima che il lampo di luce verde avesse lasciato la bacchetta di Voldemort.
Harry fissava la scena, stupefatto che qualcuno potesse reagire con tanta velocità.
Non si sarebbe potuto immaginare la scena seguente, nemmeno nei suoi sogni più sfrenati. Per un lungo tempo, i due Stregoni Oscuri erano parsi altrettanto dotati. Strisce di luce volavano dalle loro bacchette, consecutive come saluti, una risposta immediatamente dall’altra, ma nessuna parola venne detta. Avevano smesso di gridare gli incantamenti, duellavano nel più completo silenzio, apparivano e sparivano nell’oscurità. Come due demoni degli inferi, le due figure erano legate in una danza mortale, e allo stesso tempo bella. E lui, Harry, il < Prescelto> non poteva far altro che guardare., col cuore che batteva frenetico mentre giaceva sull’erba.
Dal basso della collina, il debole rumore di combattimenti e il gracchiare di un Ippogrifo imbestialito raggiunsero le orecchie di Harry.
CAPITOLO UNDICESIMO - AMORIS INFINITAS
Harry non aveva la minima idea su da quanto i due stregoni stessero duellando, se da minuti o da ore, quando sentì di nuovo la voce di Voldemort.
“Stai rallentando, Snape, ne hai avuta abbastanza?”
“Vorresti,” buttò lì l’altro stregone, ma con terrore Harry notò che Snape era ferito. C’era del sangue che gli colava sulla faccia, e un braccio pendeva inerte al fianco. Nonostante tutto, continuava a battersi, agile come una pantera.
Il rumore distante stava facendosi più forte. Se solo Snape avesse resistito abbastanza perché l’ Ordine sfondasse le linee dei Mangiamorte e li raggiungesse. Se solo non fosse stato così sciocco da seguire Snape…
Ci fu un forte scoppio, e Snape venne sbalzato dalla sua posizione in piedi e sbattuto contro un albero. Con orrore, Harry vide che lo stregone oscuro caduto aveva perso la sua bacchetta.
Vodemort diede in un sibilo trionfante.
“Serpensortiae!” gridò, e un mucchio di serpenti che si dimenavano fuoriuscì dalla punta della bacchetta, volando contro l’uomo caduto. Snape cercò la bacchetta. Prima che potesse toccarla, i serpenti furono sopra di lui, sibilavano perversi e affondarono i denti aguzzo nella pelle.
Harry chiuse gli occhi. Questa era, allora, la fine. Appena i serpenti avessero finito Snape, Voldemort sarebbe arrivato da lui. Questa volta, non c’era via di fuga.
Sensa speranza, aprì di nuovo gli occhi. Quello che vide gli fece tirare un sospiro di sorpresa. Snape stava afferrando la bacchetta con la mano illesa. Era vivo, e ancora lottava !
“Viperae Evanescae!” ansimò Snape, e i serpenti svanirono in uno sbuffo di fumo.
< Ti prego, fa che stia bene, ti prego, fa che stia bene >, pensò frenetico Harry, ma senza speranze. Il suo ex professore era ancora a terra, respirava a fatica, la faccia contorta dal dolore.
“Allora, Snape, ti sono piaciuti i miei serpenti?” chiese sfottendolo Voldemort. “Non ti preoccupare, il veleno è di quelli lenti. Non mi priverà del piacere di ucciderti con le mie mani. E poi, è il turno di Potter.” Guardò da snape a Harry, con gli occhi che lampeggiavano di malizioso trionfo. “Le vostre morti produrranno due nuovi favolosi Horcruxes!”
Tremante, Snape si mise in piedi. “No, sei tu che morirai,” ansimò, ma invece di puntare la bacchetta su Voldemort, mirò su Harry, borbottando un incanto. Le corde sparirono. Lesto, Harry rotolò verso la bacchetta. Doveva prenderla prima che –
“Avadra Kedavra!”
Cn la coda dell’occhio, Harry poté vedere il getto letale di luce verde schizzare verso l’ex professore, che stava immobile ed eretto contro il cielo notturno, attendendo il colpo mortale. Come se gli desse il benvenuto…
All’improvviso, Harry comprese. Snape aveva programmato tutto, li aveva separati dagli altri col proposito che nessuno interferisse e impacciasse i suoi piani, aveva legato Harry per impedirgli che facesse qualcosa di avventato e sciocco e ora, si stava sacrificando affinché Harry potesse attivare la pozione…
“No !” gridò Harry, spostando il braccio di pochi altri pollici e desiderando la bacchetta. Nello stesso momento, un suono acuto, graffiante, eruppe dal cielo, e qualcosa di immenso e selvaggio e svolazzante venne volando contro il dannato stregone. Buckbeak, l’Ippogrifo. In un mucchio di piume e tessuto nero caddero a terra mentre la luce verde colpiva il bersaglio.
Né la bestia né lo stregone si mossero.
Era troppo tardi. Snape era morto. In un lampo di rabbia cocente, Harry volle correre verso Voldemort, picchiarlo, strangolarlo, ma come fece per alzarsi, sentì qualcosa di duro contro la coscia. La Pozione Amortentia. No, il sacrificio di Snape non sarebbe stato vano. Con un movimento veloce, pescò la fiala di cristallo dalla tasca, chiuse gli occhi e si concentrò. Batté la bacchetta sulla fialetta, e sussurrò l’incanto, “Amoris Infinitas”.
La Pozione prese a brillare.
“Ah, Potter, mi spiace, credo di aver ammazzato non solo il tuo caro Severus ma anche quell’animaletto idiota,” biascicò controllando il mucchio ai suoi piedi, calciando i cadaveri.
“Due con un colpo ! Comunque, non me avrai bisogno poiché lo seguirai ovunque sia – adesso!”
Sollevò la bacchetta sulla testa,
“Avada Kedavra!”
Nello stesso istante in cui Voldemort lanciò la Maledizione Mortale. Harry stappò la fiala dietro la schiena. Un lampo di luce accecante eruppe dall’apertura e si disperse in un meraviglioso dipanarsi di fuochi artificiali luccicanti. Milioni di gocce luccicanti piovvero dal cielo illuminato, e inzupparono sia Harry che Voldemort con la Pozione d’Amore. La luce verde dalla bacchetta di Voldemort era scomparsa.
Voldemort si rotolò subito a terra. Che piano diabolico era quello? Delicata, sentì la pioggia rovesciarsi su di lui, sulla testa incappucciata, sulle spalle, le braccia e le mani, il viso. Sentì una sensazione urticante, un prurito che crebbe di intensità. Il panico si sollevò nel suo petto. Con un gesto a spazzata della mano, cercò di far evaporare la pioggia, ma fu inutile; le gocce scintillanti caddero ancora più fitte attorno a lui. Fumi opalescenti presero a sollevarsi dal mantello, dalla pelle. Il pizzicore divenne un dolore che bruciava, e gli divorava la carne, le ossa, fino al nocciolo della sua anima mutilata.
Voldemort gridò, straziato. Terrificato, agitò le braccia sotto la pioggia, affondandosi in una selvaggia frenesia.
Fu atroce da vedere. Harry rimase in piedi nella pioggia, fissava trasognato il turbinante, roteante turbine di fumo e stoffa nera. Dopo qualche tempo, la pioggia rallentò e il gridare divenne un flebile rumore come di singhiozzo. Poi, fu silenzio. Le ultime strisce di fumo si dissiparono nella lieve brezza.
Voldemort non c’era più.
CAPITOLO DODICESIMO - CONSEGUENZE
Solo allora Harry divenne consapevole della gente che correva su per la collina, e lo chiamava.
“Harry! Sei vivo!” urlò senza fiato Ginny, e si fiondò tra le sue braccia, piangendo senza posa.
Venne altra gente – Remus Lupin, che sosteneva la moglie zoppicante, i gemelli, Mad Eye Moody, Ron e Hermione correvano verso di lui e quasi lo fecero ruzzolare nel tentativo di abbracciarli, e Ginny fuori di sé… Tutti apparivano lividi e graffiati e stremati dalla lotta, ma erano vivi e nessuno era ferito gravemente.
“Wow, Harry, erano i fuochi artificiali più splendidi che –“
“ – che abbiamo visto in vita nostra,” si congratularono all’unisono Fred e Gorge, dandogli pacche sulla spalla.
“E’ andatò davvero, sì?” chiese Fleur, il cui abito bianco argentato era strappato e schizzato di sangue, sebbene, a giudicare dalla grazia con cui si muoveva, non poteva essere suo, non tutto, comunque.
Harry annuì stordito. Era vero. Voldemort era andato. Per davvero. Ce l’aveva fatta…
“E guarda tu chi abbiamo qua,” venne una voce trionfante alle sue spalle. “Il traditore. Congratulazioni, Harry, due in un colpo solo.” Alastor Moody fece levitare il cadavere dell’ippogrifo dalla figura ammantata che giaceva stesa al suolo. “Dannazione, Lupin,” borbottò allo stregone che gli stava accanto, “Penso che ci sia ancora vita in questo maledetto bastardo. Possiamo finirlo subito?” Puntò la bacchetta all’uomo esanime, con l’occhio magico che andava avanti e indietro, arrabbiato.
Lupin abbassò lo sguardo sulla figura inanimata del suo ex compagno di scuola, il cui torace si alzava impercettibilmente, ad intervalli irregolari. <Una volta mi fidavo di te >, pensò Lupin con estremo disprezzo. Quanto aveva desiderato mettere le mani attorno al collo di Snape, durante gli ultimi mesi. E il Ministero faceva amnistia automatica per l’esecuzione dei traditori. Comunque – “No, Moody.” Disse cupo, avendo le idee chiare. “Voglio vederlo in tribunale. E poi c’è il Bacio del Dissennatore. E buonanotte.”
“Sei certo?” disse Moody, in qualche misura deluso. “Allora è meglio che non tiri le cuoia qui e ora. Per me non ha un bell’aspetto.” E come per confermare la sua constatazione, Moody tirò un calcio nelle costole di Snape. Nnon ci fu reazione. Tirò di nuovo indietro il piede per riprovare quando all’improvviso venne sbilanciato e inchiodato a terra da mano invisibili.
“Lascialo stare,” ghignò Harry tra i denti contratti, e la bacchetta si mosse contro il vecchio Auror. “Toccalo di nuovo, e ti ammazzo.”
“Harry, calma, la battaglia è finita.” Lupin si fece avanti, le mani protese in un gesto pacifico. Ma Harry lo ignorò. Spinse via dalla sua strada l’ex professore, e andò diretto verso il punto dove era Snape; si inginocchiò al suo fianco, ignorando i grugniti di Moody e le occhiate degli altri. Snape stava respirando, e a quel punto, era tutto quello che gli importava.
“Dobbiamo portarlo al St. Mungo.” Harry alzò gli occhi verso Lupin, implorandolo. “I serpenti – i serpenti l’hanno morso, e sono certo che ci sono parecchie altre ferite. Ti prego, Remus. Non deve morire!”
Stupefatto, Lupin fissò Harry, che iniziava a singhiozzare piano mentre con delicatezza scostava um ciuffo di capelli untuosi macchiati di sangue dalla fronte pallida come quella di un cadavere di Snape. “Remus, ti supplico..”
Lupin annuì. “Va bene, Harry. Tu riposa, devi essere sotto shock,” disse, voltandosi quasi verso Molly Weasley, che era arrivata sulla scena,” e io mi prenderò cura di Severus.” Riluttante, Harry si alzò in piedi e fece spazio a Remus perché si inginocchiasse accanto a Snape. Lupin cauto raccolse il moribondo tra le braccia e se ne Disapparve con un forte <plop >.
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La Tana era in condizioni terribili, sia dentro che fuori. Tavoli e panchine eran ribaltate, alcune arse e altre spezzate. Piatti e bicchieri rotti, ghirlande squarciate e lanterne erano sparse tutto attorno nel prato che era così sforacchiato da buchi fatti con maledizioni che pareva un pezzo di edam svizzero. Dentro, non era meglio. Il grosso dei mobili erano rovinati e segnati, le finestre sfondate, le porte scardinate o fatte esplodere, come alcuni muri.
Arthur Weasley fissava le rovine della sua casa, con uno spesso bendaggio avvolto attorno alla testa. Una maledizione lo aveva colpito proprio a inizio battaglia, e per tutto il tempo era rimasto svenuto. Nella confusione generale, nessuno si era reso conto che il Signor Weasley era lungo disteso, e gli Auror non erano stati allertati. Era stata Ginny ad accorgersi del disastro e portare gli Auror. La battaglia era presto infiammata drammaticamente, e presto, i Mangiamorte furono superati in numero. Quando all’improvviso i fuochi artificiali apparvero sulla collina, c’erano solo un paio di seguaci di Voldemort ancora in piedi. Pieni di odio e terrore, provarono a scappare, inseguiti da Auror ben determinati. Non avrebbero fatto scappare nessuno…
“Vieni, Arthur,” disse Molly dolce quando tornò dalla collina con Harry e gli altri in coda. “E’ finita. Entriamo dentro e troviamo un posto dove sedere. Cercherò di fare del the. Non c’è niente che non possiamo ripulire e riparare.”
Arthur annuì, e diede a Harry un lieve sorrise. Molly aveva ragione, come al solito. Il danno alla casa poteva essere riparato. Quello che era più che importante, era che tutta la sua famiglia – e includeva in essa anche Harry ed Hermione – erano vivi, e Voldemort era andato. Solo Percy doveva stare al S. Mungo per qualche giorno ancora, dopo essere stato sottoposto alla Maledizione Imperius per mesi. La McGonagall pure, era finita in ospedale, così come qualcun altro, ma nel complesso, c’erano stati pochissime vittime dalla loro aprte. Poteva essere andata assai peggio. Il Signor Weasley scrutò le sagome ammantate disposte lungo un lato della casa. Era morto l’Auror Dawlish, così come Dedalus Diggle e Elphias Doge dell’Ordine, e svariati Mangiamorte, e Bellatrix Lestrange tra loro. S’era uccisa prima che potessero arrestarla.
Seguendo gli altri, il Signor Weasley entrò in casa.
Poco dopo erano tutti seduti accanto al focolare, a bere the caldo e cioccolata. Insieme avevano fatto riparazioni affrettate alla cucina, mentre gli Auror avevano trasportato i Mangiamorte prigionieri verso Azkaban, e ora la stanza era quasi abitabile di nuovo. Harry era assai silenzioso, sebbene gli altri fossero assai ansiosi di sentire quello che era accaduto sulla collina, nessuno lo spinse. Erano proprio felici che fossero sopravvissuti… quasi tutti.
Dal limitare della foresta il vento portò un debole ululare alle loro orecchie. Hagrid stava compiangendo il suo Ippogrifo morto.
EPILOGO
“Potter.”
Snape cennò verso la sola sedia che stava vicina al letto. Lo stregone era tenuto su nel letto da numerosi cuscini bianchi. Aveva sempre un aspetto atroce, pallido e malato, ma i guaritori avevano assicurato a Harry che era solo questione di settimane, riposo a letto e cibo sano, e una seguente vacanza sulla costa, e l’ex professore sarebbe tornato alla piena salute. Certo Harry difficilmente poteva immaginare Snape ad abbronzarsi e divertirsi con uba bevanda fredda in qualche località turistica, ma sarebbe stato d’accordo col riposo a letto e con la faccenda del cibo.
Dopo che Remus Lupin aveva portato Snape al St. Mungo, i guaritori avevano avuto un brutto affare per tenerlo vivo. Gettando il codice d’onore al vento, appena avevano visto chi era il loro paziente, s’erano rifiutati con decisione anche solo di provare. Comunque, tutto cambiò non appena venne trovato il testamento di Dumbledore. Era stato chiuso in un cassetto nascosto nella cattedra a Hogwarts. Ovvio, essa era stata frugata attentamente dopo la morte del Preside; ma il cassetto, semplicemente, prima di allora non c’era stato, e all’improvviso c’era. Ovvio era stato messo lì a tempo, da apparire una volta che Voldemort fosse morto. Il testamento provava senza ombra di dubbio che Snape aveva agito strettamente su ordine di Dumbledore. In una riunione straordinaria, il Wizengamot aveva dichiarato il suo agire come ‘necessità
amoris infinitas epilogo
In una riunione straordinaria, il Wizengamot aveva dichiarato il suo agire come ‘necessità di guerra al servizio della luce’ e lo aveva assolto da ogni imputazione. Gli Auror posizionati all’entrata della camera di Snape avevano ricevuto ordini nuovi; invece di impedire all’uomo qualsiasi fuga ( qualcosa che lo stregone, malamente ferito non sarebbe comunque stato in grado di fare ), adesso impedivano a chiunque di entrare. C’erano sempre alcuni Mangiamorte a piede libero, tra essi Peter Pettigrew, ed erano ansiosi di vendicarsi. Alla fine, dopo oltre due settimane di ricerca, i guaritori avevano trovato un antidoto efficace al veleno di serpente. Snape era stato così indebolito dai crampi violenti e dalla febbre bruciante causata dal veleno, che avevano pensato, nonostante tutto, di perderlo. Per fortuna, si erano sbagliati, e il loro paziente lento iniziò a riprendersi. Il marchio annerito come bruciato aveva provocato ai guaritori più di un mal di testa, e aveva preso a guarire per conto suo; il Marchio Oscuro impresso a fuoco nell’avambraccio sinistro dello stregone stava sbiadendo.
“Signore, sono venuto a portarti qualcosa – dal Ministero,” disse Harry frugandosi in tasca. Mise un pacco oblungo che portava il sigillo del Ministro della Magia sul comodino. “Il signor Ollivander dice che dovrebbe funzionare come la tua vecchia in quanto è fatta degli stessi materiali. E se non va, basta che la lasci al suo negozio e ne prendi un’altra, ha detto.” Harry sorrise complice. “Paga il Ministero.”
“Così hanno rotto la mia bacchetta?” constatò senza emozione Snape.
“non mi hanno creduto quando gli ho detto che mi hai aiutato a distruggere Voldemort,” spiegò Harry. “Sebbene fossi confuso. E la Professoressa McGonagall, svenuta per una brutta maledizione.”
Snape annuì pensieroso. “Hanno trovato i prigionieri, allora?”
“Sì, signore, Ollivander, Fortesque e tutti gli altri sono stati salvati proprio dopo la battaglia finale, non erano proprio nelle migliori condizioni, ma erano vivi.” Un lampo di sollievo attraversò la faccia pallida di Snape. Gli era sempre seccato di non essere capace di rivelare la locazione delle carceri di Voldemort all’Ordine in quanto, per ironia, il posto era stato nascosto da un Incanto Fidelius. “McNair era piuttosto ansioso di dire agli Auror dove trovarli,” proseguì Harry. “Ora ha solo dieci anni di Azkaban invece di una sentenza a vita, e senza Dissennatori…”
Snape annuì di nuovo, poi si incupì. “Quello che ancora non capisco, Potter, è perché l’incantesimo Amoris Infinitas ha funzionato nonostante non ci sia stato il sacrifcio. Mi illumineresti?” disse.
“C’è stato un sacrificio. Non lo ricordi poiché hai battuto la testa su una pietra,” Harry prese a ridere a dispetto di sé stesso.
Snape arcuò un sopracciglio. “Sì, Potter? Vorresti condividere quello che apparentemente è così buffo?”
“Mi spiace signore, non è davvero buffo in verità, solo che – ricordi l’Ippogrifo che teneva Hagrid, quello che ti attaccò quando tu e Malfoy scappaste da Hogwarts?”
Snape annuì cupo.
“Deve averti visto puntare la bacchetta su di me,” proseguì Harry. “Potrebbe anche averti riconosciuto. Cercando di salvarmi, ha volato verso di me nello stesso istante in cui Voldemort ha gridato la maledizione mortale.”
“E’ morto l’Ippogrifo?” chiese incredulo Snape.
“La maledizione deve aver colpito lui anziché te.”
“Che scorno,” sbuffò Snape.
“Hagrid era disperato… “ disse Harry sghignazzando ancora. In qualche misura, si sentiva sollevato,nonostante l’argomento triste e la presenza del Maesto delle Pozioni. Una Wrackspurt di Luna doveva averlo colpito, non c’era altra spiegazione possibile. “Ma Buckbeak ha avuto un gran funerale e un Ordine di Merlino, Prima Classe!”
“Stai scherzando, Potter!”
“No, signore,” disse Harry. “Oh, quasi dimenticavo,” aggiunse, soffocando un altro sghignazzo malizioso,” Qua ci sta il tuo, signore.” Harry mise un piccolo incarto con un nastro rosso sul tavolo. “Ti sei perso la cerimonia, però. Mi spiace. E,” di nuovo frugò nelle tasche, e alla fine estrasse un rotolo di pergamena sigillata. “Anche questo è per te. Una copia del Testamento del Professor Dumbledore. Pare che abbia lasciato ogni suo bene terreno a te, inclusa una cripta piena di caramelle al limone.” Harry dovette mordersi la lingua per non scoppiare a ridere all’aria di estrema incredulità di Snape.
La porta si aprì e un’infermiera sporse la testa dal varco, probabilmente salvò Harry da un rimprovero vergognoso. “Mi spiace interrompere, ma l’ora delle visite è finita, temo. Il signor Snape necessita di riposo.”
“Va bene,”Harry fece cadere l’incartamento sul letto a portata di mano dello stregone malato e si alzò dalla sedia. “Meglio che vada.” Si voltò per andarsene, ma subiti si fermò e pescò un altro pacchetto dalla tasca. “La Professoressa McGonagall mi ha chiesto di recapitarti dei biglietti di auguri di guarigione dall’Ordine, appena fossi stato abbastanza bene, e da –“
“Per favore, signor Potter,” l’infermiera apparve di nuovo e adesso aveva spalancato la porta perché Harry la seguisse fuori.
Harry mollò la pila di cartoncini sul comodino e si avviò alla porta. “Ci vediamo, Professore,” disse e se ne uscì dalla porta, chiudendola silenziosamente dietro di sé.
Snape alzò le spalle. Ragazzo insistente, lui non era più il suo professore. O no ? dopo tutto, Harry non aveva finito le sue lezioni N.E.W.T. a causa della guerra. Non aveva intenzione di tornare a Hogwarts? Merlino ne scampi! Snape sospirò con fatica e chiuse gli occhi. Un altro anno di insegnamento al pivello. Sentì il mal di testa formarsi sotto le tempie. Eppure, il ragazzo non aveva mancato un solo ‘signore’ quel giorno, doveva ammetterlo, poteva sempre esserci speranza…
Sospirò di nuovo. Questa era stata certamente una visita delle più rallegranti. Ovvio, non solo era vivo contro ogni aspettativa, libero da ogni imputazione e in buon rapporto con il Ragazzo – che – sopravvisse – per – uccidere – Voldemort, ma era possessore di un Ordine di Merlino, Prima classe, e l’unico erede di Albus Dumbledore. Hi mai l’avrebbe detto? Lui, no di certo. E ora il suo comodino era pieno di biglietti di auguri di guarigione – presto potevano esserci anche Cioccorane o Gelatine Bertie Botts di ogni sapore… tremò al pensiero. Fissando il comodino, l’occhio cadde su una carta che era posata lì da alcuni giorni, e l’espressione si addolcì. Era una cartolina Babbana dalla Nuova Zelanda con su un Pappagallo di Montagna – da Draco e Narcissa. Col suo aiuto, avevano lasciato il paese poco dopo la morte di Dumbledore e ora erano messi in posa come Babbani dall’altra parte del mondo, al riparo da Auror e Mangiamorte. In pochi anni potevano essere pronti a tornare…
Deciso, Snape raccolse il pacco di cartoncini dall’Ordine. Non che fosse interessato a tutto quell’inutile scrivere ma potevano esserci informazioni importanti che Potter aveva convenientemente scordato di riferirgli…
La busta più spessa era indirizzata al “Più coraggioso stregone di tutti i tempi’. Al titolo, fece spallucce. Si burlavano di lui? Dentro alla busta c’era un biglietto con un calderone ribollente sulla cui superficie si formavano continuamente le lettere ‘Guarisci presto’. Per fortuna, non era un calderone che cantava… voltò il biglietto. C’era solo una piccola frase e una firma. La smorfia scomparve dalla sua faccia magra e un debole sorriso genuino iniziò a giocare sulle labbra sottili di Snape, quando lesse le parole:
E qua dichiaro che James Potter era un tipo gasato, arrogante,
Harry Potter

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